Maurizio Chierici, testimone di un giornalismo dimenticato

SI E' SVOLTO IL 12 FEBBRAIO IL SECONDO INCONTRO DELLA RASSEGNA 'INCONTRO ALLA CULTURA' CON PROTAGONISTA IL NOTO GIORNALISTA PARMIGIANO

Continua a Parma la rassegna ‘Incontro alla cultura. La professione del giornalista svolta sul campo’ promossa da Intesa San Martino. Il secondo incontro, svoltosi martedì 12 febbraio sempre alla biblioteca sociale, ha visto come protagonista Maurizio Chierici, l’ottantatreenne giornalista parmigiano che ha cominciato la sua carriera nella Gazzetta di Parma e in altri quotidiani locali, ha proseguito scrivendo per Il Giorno, è stato per oltre 25 anni inviato estero e corrispondente di guerra per il Corriere della Sera, scrittore per L’Unità e collaboratore de Il fatto quotidiano – oltre ad aver scritto romanzi, tra i quali Quel delitto in casa Verdi (2008) e Per fortuna sono bianco (1990). Il filo condutture del dialogo è rimasto la crisi del giornalismo odierno, in contrapposizione con quello passato di Chierici che da sempre è quello che evoca la vera passione del mestiere negli aspiranti giornalisti: la vera indagine sul campo alla ricerca non solo della notizia, ma delle testimonianze e del reale contesto.

TRA GUERRE, PERSONAGGI E TESTATE – “Lei ha collezionato posti sul mappamondo dove ha avuto la fortuna e la capacità di raccontare fatti storici importanti” afferma Pasquale, il moderatore dell’incontro. E infatti Chierici è stato un giornalista protagonista del suo tempo che ha vissuto in prima persona prima le guerre in Medioriente, poi quelle in America Latina e anche quelle in Asia e che ha conosciuto le personalità importanti di quei tempi grazie al suo essere inviato estero. Tra le tante esperienze, una delle più importanti – poiché ha avuto la fortuna di riuscire a raccontare qualcosa il cui risultato non era scontato – è stata quella con Arafat: “Arafat era il capo dei palestinesi ed era invisibile, era a Beirut, nascosto nel quartiere arabo: non si sa dove. Tutti i giornalisti lo cercavano e, anche io, l’ho fatto per quattro o cinque mesi”. E prosegue: “Poi a Parma mi si avvicina una signora palestinese che mi dà un appuntamento il tal giorno alla tal ora per farmi vedere Arafat. Io ho parlato con il direttore del Corriere e lui mi ha detto ‘Prova ma più di dieci giorni non ci stai’. Mi sono recato nel posto la sera stessa e dopo vari tentativi l’abbiamo trovato e intervistato”, racconta.

Uno tra i pochi ad aver fatto il percorso contrario –scegliendo di passare all’Unità di Padellaro dal Corriere della sera – Chierici racconta anche la sua ultima e breve esperienza a Il fatto quotidiano, non senza un velo di ironia e critica per la politicizzazione che, da sempre, accompagna il giornalismo italiano. “Ho incontrato e scambiato qualche parola con Di Maio ma non mi è piaciuto, allora nella mia rubrica avevo ho scritto ‘Di Maio sorride come un sottosegretario democristiano del sud degli anni sessanta’, non l’avessi mai fatto! Mi ha chiamato il presidente dicendomi ‘Ma sei impazzito?!’”. E continua: “Un giorno mi ha chiamato Travaglio e mi ha detto ‘Senti Maurizio, tu sei il nostro grande esperto estero, d’ora in poi la rubrica me la fai solo sull’estero’. E io mi sono licenziato”.

GIORNALISMO DI IERI E DI OGGI – Purtroppo è proprio così. Il giornalismo degli ideali di tutti gli aspiranti giornalisti, quello fatto appunto nell’autenticità del luogo, potrebbe non esistere più. Infatti, nell’era della tecnologia e della crossmedialità, dove tutti possono usufruire e fare informazione, la gente non spende più i soldi per acquistare un giornale sapendo che le stesse notizie le può trovare gratuitamente online. E tutto ciò va a scapito, ovviamente, dei giornali che si ritrovano con sempre meno risorse e sono costretti a fare tagli: prime fra tutte le inchieste e i reportage all’estero che, con gli strumenti a nostra disposizione possono essere fatti comodamente a casa. Chierici afferma: “I giornalisti viaggiano sempre meno. Prima si stava tre mesi fuori e ci si immergeva nella società. Si andava in cerca di sociologi, storici, scrittori, studenti e persone per farsi raccontare la vera cultura. Questo era giornalismo importante e di qualità e trovava spazio nella terza pagina del quotidiano, ora è finita a pagina quarantasei”.

Prima, probabilmente, era più difficile fare giornalismo: “Era molto difficile comunicare. Se si era in Libia, non si sapeva cosa avveniva in Egitto e non sempre c’era il modo di telefonare al corrispondente estero per farselo dire. Alcuni le storie le inventavano, ora non si può: una notizia è una notizia.” Dichiara il giornalista, e continua: “Prima si partiva con libri e appunti, perché non c’erano i computer. Gli hotel dei giornalisti diventavano delle biblioteche”; tuttavia oggi è più difficile fare il giornalista. La colpa? Tema sorto già nell’incontro precedente, viene risollevato da Chierici che afferma: “I giornali stanno uscendo dalla cultura per colpa degli stessi giornalisti e dei mezzi di comunicazione perché si trasmette ciò che fa audience e non le cose di qualità che potrebbero formare il giovane pubblico”.

Il giornalista non ha espresso più giudizi sul contesto mediatico di oggi, preferendo raccontare ciò che lui ha vissuto e non quello che ancora non conosce: “Noi giornalisti della mia generazione siamo molto invecchiati nel giudizio sulla comunicazione perché tutto quello che ci sembrava straordinario ora non lo è più a causa della tecnologia.” Inoltre aggiunge: “Non sono uno da giornale di computer ma di carta e, ora, sono perduto”.

E alla domanda “Lei consiglierebbe a un giovane di fare il giornalista?” Chierici risponde sinceramente: “Io ho insegnato per vent’anni all’università, ma ho sempre scoraggiato i ragazzi a fare i giornalisti, non per vocazione, ma perché è difficile trovare un posto. Io insegnavo più a leggere i giornali e sono sempre rimasti un po’ tutti delusi da questa cosa”.

Forse è vero, gli aspiranti giornalisti hanno poche possibilità di replicare le emozionanti esperienze – che sono quelle vissute da Chierici – in luoghi lontani e a contatto con personaggi che hanno fatto la storia che si legge sui libri di scuola, di partecipare alla riunione di redazione delle 11 del New York Times dove si decideva di cosa avrebbe parlato il mondo il giorno seguente. Tuttavia, proprio per queste continue innovazioni si potrebbe partecipare a nuovi tipi di giornalismo, creare nuovi modi per diffondere l’informazione, utilizzare mezzi che magari ancora non sono stati creati. Pensiamo, per esempio, al data journalism che crea notizie a partire dai dati e, basato sui grafici e immagini interattivi, è riuscito ad affrontare il problema della diminuzione di attenzione del pubblico che, davanti a uno schermo pieno di parole, riusciva a leggere solo il lead dell’articolo. Certo i lettori oggigiorno sono poco propensi a spendere soldi per l’informazione di qualità, ma con tutta la tecnologia che si ha a disposizione si può – e si deve – offrire un prodotto che valga la pena acquistare.

Di Laura Storchi

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