Neuroni specchio, storie ed empatia: gli ingredienti per una buona comunicazione in sanità

Film e libri aiutano a capire e migliorare la relazione medico-paziente: celebre Robin William nel film Patch Adams ma ci anche letture che posso farci scoprire il potere dell'empatia per la salute come nel libro autobiografico “Meno dodici” del dottor Piraccioni

“Se si cura una malattia si vince o si perde; ma se si cura una persona, vi garantisco che si vince, si vince sempre, qualunque sia l’esito della terapia”. Questa celebre battuta è pronunciata da Robin William nel film “Patch Adams”. Se nella vita reale Patch Adams, un giovane medico americano negli anni ‘60, l’abbia detta per davvero è un’altra storia. Quello che aveva intuito, e portato avanti con determinazione, però, era proprio un approccio umano ed empatico tra medico e paziente.

Le parole che si scambiano in un momento di fragilità sono fondamentali nel percorso di cura perché contribuiscono a rinsaldare la fiducia negli esperti e nella scienza. Questo in teoria, nella realtà la comunicazione medica è spesso trascurata in favore di altre materie. Certamente è possibile trovare testi di riferimento e corsi specifici, ma non suscitano particolare interesse. Eppure basta poco: con l’aiuto delle neuroscienze e della passione umana per le storie, si può imparare ad essere più empatici tranquillamente dal divano di casa.

Tutto parte dai neuroni specchio

La capacità umana di sentire dentro il dolore dell’altro si chiama empatia e questa “abilità” ha basi neurobiologiche. Nel nostro cervello, infatti, sono presenti dei neuroni chiamati “neuroni specchio” che si attivano quando osserviamo o eseguiamo un’azione. Ma ulteriori studi hanno valutato che consentono addirittura di percepire l’altro come se fossimo proprio noi ad eseguire un’azione oppure riconoscere dall’interno un’emozione.

In pratica: se vediamo sollevare un bicchiere con la mano, i neuroni specchio si attivano come se stessimo facendo quella specifica azione; nello stesso modo si attivano davanti ad una sensazione. Questo meccanismo scatta anche quando leggiamo o vediamo un film: le storie ci plasmano e impariamo da esse.

Quando l’esperienza insegna

Da pazienti ci si augura sempre di trovarsi di fronte al “Dottore Empatico” , cioè chi in ambito medico è in grado di ascoltare attivamente e prendersi cura della persona, non solo della malattia. Spesso sembra una figura lontana dalla realtà dove gli operatori sanitari sono di fretta ed utilizzano parole del gergo medico difficili da capire. Molte volte, addirittura, non sentono nemmeno la necessità di dire chi sono. La dottoressa inglese Kate Granger lancia nel 2013 #HelloMyNameIs, una campagna di sensibilizzazione rivolta ai medici proprio sull’importanza di presentarsi ai pazienti. L’iniziativa nasce dall’esperienza, negativa, vissuta dalla Granger come paziente oncologica: non si è sentita presa in cura come persona, ma solo uno dei tanti corpi malati dentro l’ospedale. Un operatore sanitario che si presenta dicendo il proprio nome non lo dovrebbe fare solo per buona educazione, ma per costruire con quel primo passo un rapporto di fiducia tra medico e paziente.

Invece, attraverso l’esperienza del dottor Pierdante Piccioni, oggi direttore del pronto soccorso di Codogno, è possibile guardare con gli occhi del medico la presa di coscienza della mancanza di una comunicazione sanitaria calda ed empatica. Nel 2013, per  un incidente in macchina, Piccioni perde la memoria degli ultimi dodici anni della sua vita passando così dall’altra parte della barricata: diventa un paziente e un caso studio per i suoi colleghi. La sua incredibile storia è raccontata nel libro autobiografico “Meno dodici” edito da Mondadori, e portata poi sul piccolo schermo dalla Rai in  “Doc – Nelle tue mani”, con Luca Argentero nei panni del protagonista.

E’ interessante osservare come i colleghi medici cambiano il loro approccio nei suoi confronti ora che è un paziente: i modi sono più distaccati e sbrigativi, gli aggiornamenti sulla salute si limitano alla sfera clinica evitando di interessarsi a quella emotiva. Inoltre la difficoltà della burocrazia e i tempi lunghi del servizio sanitario aumentano la frustrazione anche di chi sa come muoversi all’interno. Il risultato è una minor fiducia negli operatori e nel sistema che mette a rischio anche i controlli e le terapie. Il dottor Piccioni non recupererà mai la memoria ma riuscirà a riconquistare il suo posto in ospedale, sfruttando la sua esperienza per assistere con maggiore empatia le persone fragili.

Diverso è invece il caso della quattordicenne Aya Kito, autrice di “Un litro di lacrime” edito da Rizzoli. Gli eventi si svolgono in Giappone negli anni ‘70 dove Aya scopre di avere la atassia spinocerebellare, una malattia neurodegenerativa che colpisce le funzionalità motorie senza speranze di guarigione. La ragazzina inizia a scrivere un diario raccontando tutto quello che accade dentro e fuori da lei: i sogni, la scuola, la malattia che avanza, il giudizio e la scarsa comprensione del suo stato fisico da parte di molti adulti, il senso di vergogna rispetto alla sua condizione che peggiora ogni giorno. Tenendo conto che il contesto culturale e temporale in cui ci immergiamo è molto diverso da quello occidentale e italiano, ci sono situazioni che oltrepassano i confini. Infatti, sono ancora attuali le pagine aggiunte in appendice al diario scritte dalla neurologa Yamamoto Hiroko. Il rapporto tra la specialista e Aya cresce negli anni: di norma solo professionale, ma in qualche occasione si aprono su temi personali e importanti per ogni essere umano. Ad esempio si confrontano sul lavoro che potrà svolgere Aya o sulle possibilità, nonostante la malattia, di costruirsi un giorno una famiglia. Ecco che in quei momenti la Dottoressa Yamamoto ascolta empatizzando con i bisogni di Aya, al di là del suo corpo malato. Questa nuova consapevolezza cambierà l’approccio del medico con tutti i suoi pazienti.

Piccoli accorgimenti per “parlare chiaro”

Quindi una buona comunicazione sanitaria si riduce a saper essere empatici? La risposta non è così semplice e univoca. Di certo gioca un ruolo fondamentale, ma si compone anche dell’uso di un linguaggio comprensibile (senza termini tecnici o latinismi) e di un ascolto attento, comprensivo dei bisogni e delle emozioni del paziente. Mettere al centro la persona per curare la malattia è il percorso che porta alla costruzione di un rapporto di fiducia e contribuisce profondamente al processo di accettazione e di guarigione. Ecco allora che empatizzando, mettendosi davvero “nei panni” dell’altro, cambiamo profondamente (in meglio). Infatti secondo Paracelso “Ogni medico dovrebbe essere ricco di conoscenze, e non soltanto di quelle che sono contenute nei libri; i suoi pazienti dovrebbero essere i suoi libri”.

di Gaia Gualco

Questo articolo è stato realizzato per la rubrica Comunicare la scienza, realizzata in collaborazione con gli studenti del Master Cose dell’Università degli studi di Parma

Fonti e Bibliografia

Gallese, Wojciehowski : How Stories Make Us Feel: Toward an Embodied Narratology 

(https://escholarship.org/uc/item/3jg726c2)

“Meno Dodici” di Pierdante Piccioni – Mondadori

https://www.raiplay.it/programmi/doc-nelletuemani

“Un litro di lacrime” di Aya Kito – Rizzoli

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