Monet Pop: la Magnani Rocca tra impressionismo e Pop art

LE NINFEE DEL PITTORE FRANCESE IN MOSTRA ALLA VILLA DEI CAPOLAVORI INSIEME A BURRI, BAJ, ANGELI

Il suo nome è tra i più noti anche ai meno esperti d’arte, ma chi è abituato a considerarlo ‘solo’ come uno dei più grandi esponenti del movimento impressionista, recandosi alla Fondazione Magnani Rocca potrà scoprire un Monet in chiave inedita sotto la luce delle sue Ninfee. Con la mostra dal titolo ‘Quelle Ninfee che anticiparono l’Informale‘, aperta fino all’11 dicembre 2016, la Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo dà il benvenuto ad uno dei più rinomati quadri del pittore francese, ‘Le Bassin des Nympheas’ (1904), proveniente dal Denver Art Museum, Usa. L’opera si aggiunge ai dipinti ‘Falaises à Pourville, soleil levant’ e ‘Falaise du Petit Ailly à Verengeville’ già in esposizione in villa ed è stata composto nell’ultima parte della vita di Claude Monet (1840-1926), a Giverny. Parte di una serie di simili lavori a cui è stato dato il nome di ‘Ninfee’, il quadro esplica al meglio i canoni principali dell’impressionismo, movimento francese nato nella seconda metà del 1800: la pittura è realizzata ‘en plain air‘, davanti ad un soggetto che muta in base alla luce creando precise sfumature di colore in cui non esistono contorni definiti. Lo scopo è quello di riprodurre sulla tela determinate sensazioni che il pittore prova a contatto con il paesaggio, esplorandone ogni variante. Le ninfee rappresentano per Monet una vera e propria ossessione e una perseveranza nello stile impressionista anche durante l’affermazione nel mondo artistico delle prime avanguardie. Ciò che la Magnani Rocca propone, però, non è un viaggio alla scoperta dell’impressionismo; il visitatore rimarrà certo sorpreso dall’iniziativa della fondazione di collocare Monet all’interno della mostra ‘Italia Pop’, in cui sono esposti i maggiori capolavori della Pop Art italiana. Due movimenti alquanto distanti tra loro per stile ed epoca ma uniti da un unico tema: quello della serialità. Le stesse Ninfee appartengono ad una serie in cui il soggetto è ripetuto quasi ossessivamente dal pittore, una tecnica che va ad anticipare la serialità propria della Pop Art e presenta al visitatore una nuova prospettiva del conosciutissimo impressionista: un Monet in ‘stile pop’, estrapolato dal suo mondo di luci e frammenti di colori e inserito in un contesto in cui susseguono opere all’insegna del ‘popoular’. “Falaises à Pourville, soleil levant è anch’essa un’opera che fa parte di una serie di cinque – spiega Paola Campolongo, collaboratrice della Fondazione – e Monet applica questa tecnica per osservare ed analizzare le situazioni atmosferiche: luminose, cromatiche della natura nel corso della giornata. La Pop Art segue questo tema della serialità ovviamente con intenti differenti: è la serialità nella forma, di tipo commerciale e della produzione di massa. È un parallelismo interessante.” Ma si tratta di un parallelismo apprezzato dal pubblico? “Abbiamo avuto un ottimo riscontro da parte dei visitatori – continua Paola –  magari le persone vengono interessate a Monet e poi scoprono anche un interesse verso l’arte contemporanea.” Si tratta dunque di correnti all’apparenza distanti, ma che insieme vanno a creare un’atmosfera sospesa, a cavallo tra due epoche. Una mostra d’arte singolare che ha senz’altro molto da offrire al suo pubblico.

ITALIA POP, PANORAMICA – E nella stessa Magnani Rocca, dal 10 settembre è possibile fare un salto negli anni ’60. La mostra Italia Pop si compone di un’ottantina di opere di almeno quaranta artisti italiani, tra cui spiccano in particolare i nomi di Baj, Rotella, Schifano ed Angeli. Si tratta di opere in prestito, ad eccezione del Sacco di Burri (1954), e suddivise in quattro sale per sezioni tematiche. “Burri – spiega Paola Campolongo- inserendo nei suoi quadri gli oggetti reali con l’obiettivo di renderli materia espressiva, anticipa il tema conduttore della corrente”. A partire dalla seconda sala della mostra, il visitatore si troverà circondato dalle icone delle opere del passato, come la lupa capitolina più volte soggetto dei quadri di Angeli, e sarà catapultato negli anni del ‘boom’, in un periodo di grande apertura alla modernità ma che allo stesso tempo denuncia ironicamente i conflitti sociali dell’epoca. Il movimento italiano, infatti, a differenza di quello statunitense, si caratterizza per la sua criticità verso la società moderna, in un continuo rimando alla tradizione. Ciò che sorprende è la frequente presenza del pittore nell’opera, che pur non rappresentandosi lascia una firma a conferma della sua identità espressiva. Protagonisti della terza sala sono i nuovi mezzi di comunicazione: le nuove tecnologie, la società dei consumi e lo sviluppo di nuove modalità espressive. La mostra curata da Stefano Roffi e Walter Guadagnini è un continuo dialogo tra il passato classicheggiante, consolidato dagli arredi della villa, e la modernità della cultura di massa anni ’60 in cui il visitatore ha la possibilità di immergersi completamente nell’atmosfera aiutato da scambi sinestetici cromatici e sonori tipici di quegli anni.

SULLA FONDAZIONE – Un’atmosfera sognante permea dunque in questi mesi la ‘Villa dei Capolavori’, come è conosciuta anche la Magnani Rocca, fondata nel 1977 per volontà di Luigi Magnani per omaggiare i genitori scomparsi e con l’obiettivo di creare un centro per lo sviluppo di attività culturali legate al mondo dell’arte. Le sale ospitano stabilmente opere che vanno dal medioevo fino al periodo contemporaneo, in cui si contano lavori dello stesso Magnani e di rinomatissimi autori quali Goya e Tiziano. A queste si aggiungono i capolavori delle mostre temporanee allestite in corpi di fabbrica aggiuntivi. Immersa nella campagna parmense, a pochi chilometri dalla città, la Fondazione richiama nelle sue stagioni espositive visitatori vecchi e nuovi, pronti a immergersi nel ricco ambiente della tenuta che, oltre alla villa, vanta anche un romantico parco. Si tratta di un vero e proprio centro culturale che promuove l’arte in tutte le sue forme, passando anche da musica e letteratura.

 

di Ludovica Saracino, Alice Sedda, Martina Cantale e Silvia Santospirito

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*