Quel “rigore che non c’era” secondo Federico Buffa

LO STORYTELLER AL TEATRO DI SALSO COL NUOVO SPETTACOLO. "AL GIORNALISMO SPORTIVO ITALIANO MANCA IL CORAGGIO DI OSARE"

Cover.Buffa.1900x700_cNel 1958, in una cittadina della Valle di Rìo Negro, in Argentina, si disputò la finale dei campioni più famosa della storia del calcio: Estrella Polar contro Deportivo Belgrano. Tra loro un solo punto di distacco. Accadde però che la corsa allo scudetto della prima squadra fu bruscamente interrotta dal fischio di un tale Herminio Silva, l’ufficiale di gara, che decretò, a soli 20 secondi dalla fine, un fallo in favore della Deportivo Belgrano. Un rigore che non c’era. Ci vollero sette giorni prima che il tribunale della Lega decidesse che la partita sarebbe ripresa solo per realizzare quell’unico rigore, a porte chiuse e senza giocatori in campo. Fischio. Tiro. Parata. È Federico Buffa a riportare sul palco l’epilogo del famoso racconto del giornalista argentino Osvaldo Soriano, incipit del suo nuovo spettacolo teatrale ‘Il rigore che non c’era’. Andato in scena in prima assoluta sabato 6 maggio al Teatro Nuovo di Salsomaggiore, lo spettacolo è il racconto di tutti quei casi fortuiti che hanno cambiato per sempre la storia di alcuni dei più grandi uomini del ventesimo secolo. Ma, andando oltre le gesta dei campioni, il calcio di rigore diventa una metafora di tutti quegli eventi, spesso inattesi, che determinano in un secondo il successo o la sconfitta di una persona. Nelle gesta dei campioni, così come nella vita di tutti i giorni. Sul palco, insieme al noto storyteller sportivo, l’attore e regista dello spettacolo Marco Caronna, la cantante Jvonne Giò e il pianista Alessandro Nidi.

“COSA SAREBBE SUCCESSO SE …”-  La scena si apre con tre personaggi sul palco: un vecchio suonatore da piano bar intento ad accarezzare il suo strumento, uno speaker radiofonico annoiato dalla vita e un angelo custode, che anima le giornate dei due con il suo canto celestiale. Un luogo senza tempo, un posto dove entrare, attraverso una porta rossa, ma dal quale non si può più uscire. Poi Federico Buffa, che interpreta se stesso, finito in quel luogo magico del tutto casualmente e da dove vorrebbe al più presto fuggire. Lo speaker lo invita a sedersi per una breve intervista e da qui inizia un racconto infinito in cui il giornalista narra i momenti esatti che hBuffaanno segnato il destino di alcune grandi leggende, al rintocco continuo della stessa domanda: “Cosa sarebbe successo se…”. Cosa sarebbe successo, ad esempio, se il Grande Torino fosse atterrato a Malpensa invece di proseguire la sua corsa verso l’aeroporto di Torino? E il pugile Muhammad Ali sarebbe divenuto ugualmente il campione indiscusso dei pesi massimi se avesse accettato di combattere la guerra nel Vietnam? Domande retoriche alle quali né Buffa né i suoi interlocutori sanno rispondere, ma che risuonano nelle menti di ogni spettatore per chiedersi ‘perché?’
Ma lo spettacolo di Buffa porta sul palco non solo sport, ma anche storia e soprattutto musica, come il paradossale racconto su Pete Best, primo storico batterista dei Beatles, che abbandonò il gruppo ancora agli esordi perché ritenuto povero di stile e destinato all’insuccesso. Ancora storie intrecciate tra loro, come quella di Bessie Smith o del celebre regista di Shining e Arancia Meccanica, Stanley Cubrick, o del dittatore Hitler, che solo per sbaglio non venne ucciso durante un combattimento nella Prima guerra mondiale. Un viaggio sulla strada della fatalità, impreziosito dalle note armoniose del piano del maestro Alessandro Nidi e dalla voce di Jvonne Giò.

IL GIORNALISMO SPORTIVO SECONDO BUFFA – Al nome di Federico Buffa la sua parlata è la prima cosa che viene alla mente. Uno stile fonetico espressivo da cinema alla Verdone, tanto da rendere entusiasmante perfino la lettura della lista della spesa. O le sue mani aperte verso il cielo, nella puntata del suo ‘Buffa Racconta’ su Michael Jordan, dopo l’ultimo canestro contro gli Utah Jazz. Perché non si può parlare dello storyteller più famoso d’Italia senza fare, almeno una volta, una sua caricatura.
Federico buffaFederico Buffa ha inventato un nuovo modo di fare giornalismo sportivo, lontano dagli studi televisivi e dalle classiche dirette video. Ha dirottato la notizia verso la narrazione, la spettacolarizzazione epica del personaggio al centro della storia. Illumina il pubblico con le sue descrizioni e con il suo carisma tiene incollati allo schermo della tv anche coloro che di sport non ne hanno mai capito nulla. Ma per lui questo “è semplicemente un modo di raccontare cose che ci sono sempre state: è il mio stile e rappresenta quello che sono ma non credo di aver inventato niente di nuovo”. Descrive il giornalismo sportivo italiano come un tipo di informazione “a cui manca il coraggio di osare e fin troppo condizionata dalle immagini”. E crede che sia l’originalità la chiave per il successo di un buon giornalista, oltre che una buona cultura sportiva: “A chi vuole intraprendere questa carriera, oggi dico di essere più originali possibile e di non perdere mai questa caratteristica, perché sono moltissimi che fanno o verrebbero fare questo mestiere”. Originalità che passa anche dal saper reinventare se stessi, così come lo stesso Buffa ha fatto, abbandonando le cuffie da telecronista del suo amato basket per indossare i panni da giornalista e poi anche quelli di attore. Progetti per il futuro? “Li avete visti – risponde indicando il palco – piccoli spettacoli teatrali che possano stare nelle mie corde”.

 

Di Elena Brozzetti

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