Nato e Mediterraneo, gen. Fontana: “Militari italiani capaci di ricucire”

ALL'UNIPR INCONTRO SUL RUOLO DELLA NATO, TRA SCENARI INTERNAZIONALI E LA CRESCENTE MINACCIA TERRORISTICA

IMG_3615“Nella mia esperienza l’italiano in divisa è sempre stato visto come una presenza gradita“. Sono queste le parole del generale di brigata della Nato Luca Fontana nel descrivere come sono percepiti i nostri militari all’estero, grazie ad un approccio non aggressivo, improntato sulla mediazione e di rispetto verso i locali. Ospite all’Università di Parma in occasione del seminario ‘Nato e Mediterraneo’, tenutosi lunedì 22 maggio presso l’Aula magna del Palazzo centrale, il generale ha portato la propria esperienza all’interno della Nato per parlare del delicato ruolo che svolge oggi questa organizzazione sui vari fronti internazionali e in particolare nel mar Mediterraneo.

Il generale Fontana ha una lunga e illustre carriera, che lo ha portato sui principali scenari internazionale. Al termine degli studi alla Scuola militare ‘Nunziatella’ di Napoli e dopo aver frequentato l’Accademia militare a Modena, nel 1986 è stato promosso a sottotenente. Da qui inizia la sua carriera, che lo vede operare nel 1993 in Somalia per l’operazione ‘Unosom2’ e nel 1998 in Bosnia per l’operazione ‘Sfor’. Successivamente ha assunto l’incarico di capo delle operazioni in India e Pakistan, arrivando inizialmente in qualità di osservatore dell’Onu. La sua ultima operazione, ‘Antica Babilonia 6’, risale al 2004 in Iraq. Attualmente dirige Ndcr – Ita con sede a Solbiate (Varese), un comando multinazionale della Nato costituito per far fronte, in caso di immediata necessità, allo schieramento di una forza multinazionale in aree di crisi per operazioni di operazioni difensive, offensive, in supporto della pace e di supporto umanitario.

“La Nato è un’organizzazione molto antica, costituita sulle rovine della seconda guerra mondiale – esordisce il generale -, orientata alla difesa collettiva”. Nata nel 1949 con la sottoscrizione del Patto Atlantico da parte di 12 Paesi, oggi ne conta 28. In Italia è presente con oltre 110 basi militari, con la sede a Palazzo Cusani a Milano, data l’importanza strategica del nostro Paese all’interno del bacino mediterraneo assunta nel contesto della guerra fredda. “Dopo la caduta del muro di Berlino l’importanza politica ha cominciato ad avere iIMG_3606l sopravvento rispetto all’importanza militare e, allo stesso tempo, è stata impiegata come ‘braccio’ dell’Onu”. La Nato, infatti, è stata impegnata anche in missioni di soccorso sanitario, di ricostruzione e di difesa delle risorse economiche, come avvenuto in Pakistan e in Afganistan nel corso degli ultimi anni. “L’aiuto della Nato è stato di accompagnamento, però ci vuole una presa di consapevolezza da parte delle popolazioni aiutate nella ricostruzione – sottolinea il generale riferendosi all’impegno in Afghanistan -. Conta soprattutto la capacità di mediazione. Noi siamo italiani, abbiamo millenni di storia alle spalle, riusciamo ad essere percepiti positivamente, poichè abbiamo un valore aggiunto inestimabile che spesso non viene compreso degli alleati: la capacità di ricucire“.

Negli ultimi anni, a causa della crescente minaccia terroristica dopo i fatti del 11 settembre e per l’emergenza profughi, è aumentata l’attenzione sul fronte del Mediterraneo. Per questo nel 2010, con la presentazione del Concetto Strategico a Lisbona, sono stati avviati una serie di programmi di dialogo anche tra i Paesi non membri dell’Alleanza Atlantica che vi si affacciano. “L’Alleanza Atlantica, in questo momento può sembrare non eccessivamente interIMG_3613essata al bacino mediterraneo, ma è solo un’impressione. La percezione della sua importanza, anche grazie all’Italia è ben viva”. Nel 2015 è infatti stata avviata l’operazione Sophia per la salvaguardia delle vite umane e per la sicurezza, agendo come un filtro per possibili minacce, anche attraverso la creazione di strutture in Libia per verificare le situazioni dei profughi prima che compiano il viaggio della speranza attraverso il Mediterraneo. “Non si può parlare di Mediterraneo pensando di improvvisare”, ribadisce il generale.

Per far fronte a questi impegni e soprattutto al carattere multinazionale delle operazioni militari degli ultimi dieci anni, nel 2001 è stato istituito il Nrdc Ita, Rapid Deployable Corps Italy, di cui Fontana è Support Division Deputy Chief of Staff. Un organismo della Nato più dinamico per far fronte ai variegati scenari internazionali, con a capo l’Italia insieme ad altri 12 Paesi. Da iniziale corpo terrestre, nel 2014 si è modificato per poter operare anche in acqua e aria, con l’apporto di ufficiali e sottufficiali di marina, aeronautica e carabinieri. Non ha unità fisse ma può innestare truppe dalle nazioni più diverse, con addestramenti improntati sugli standard Nato. Ma non comprende solo personale militare: affiancato da un gruppo di analisti civili, l’Nrdc si occupa così dell’analisi di sistemi di tipo Politico, Militare, Economico, Sociale, Infrastrutturale e Informatico (da cui la sigla PMESII) operando in maniera dinamica, oltre le normali funzioni militari, e attraverso operazioni “sia dentro che fuori l’area di responsabilità dell’Allenza Atlantica, in base a quanto stabilito dal comandante Nato della missione”. “Il fatto di prendere dal mondo civile degli esperti è più appagante che prenderne dal proprio interno”, sottolinea Fontana. Le opportunità per i giovani laureati sono dunque svariate.

In chiusura dell’incontro il pro rettore dell’Università Gino Gandolfi ha consegnato al generale il volume sulla storia dell’Università e di Parma, contraccambiato dal generale con lo stemma del Nrdc.

 

di Marco Rossi

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