Al Parma Film Festival per la mia prima Corazzata Potëmkin

IL PARMA FILM FESTIVAL SI APRE CON UNA SCELTA CORAGGIOSA. DEGLI ORGANIZZATORI E MIA.

PARMA FFIl mondo si divide in due, direbbe qualcuno: da una parte c’è chi ha sentito parlare della corazzata Potëmkin, ma non ha mai visto il film, mentre dall’altra c’è chi ne ha sentito parlare e l’ha visto. Grazie al Parma Film Festival, partito lunedì 6 novembre con la proiezione al cinema Astra del capolavoro di Ėjzenštejn, sono felice di rientrare anche io nella seconda categoria. In occasione del centenario della rivoluzione russa, la Cineteca di Bologna porta nelle sale italiane la pellicola restaurata da Deutsche Kinemathek, con il sostegno di Bundesarchiv-Filmarchiv, BFI – National Archive of Literarture and Arts (RGALI), in versione integrale e con le musiche originali di Edmund Meisel. Una scelta quanto meno azzardata quella di Primo Giroldini, direttore artistico del Festival, e Michele Guerra, assessore alla Cultura che, a inizio serata, davanti a 64 biglietti venduti, si dicono soddisfatti dell’affluenza di pubblico (o almeno di non essere soli). In effetti, la fama di questo film lo precede inevitabilmente e di certo non incoraggia alla sua visione. Merito, questo, da riconoscere a un altro capolavoro del cinema, ‘Secondo tragico Fantozzi’ che racconta, in una delle scene più famose, di un gruppo di impiegati obbligati dal loro direttore a guardare più volte vari film d’essai, tra cui ‘La corazzata Kotiomkin’. Il monito che le facce disperate di quei dipendenti lanciano non lascia dubbi.
Io stessa, prima di vederlo, pensavo che fosse una ‘mattonata’ di lunghezza indefinita tra le tre e le cinque ore. Un film noioso (pure muto e in bianco e nero) che però ero determinata a vedere perché, per citare la mia vicina di poltrona “è una pietra miliare della storia del cinema“. Come ha detto l’assessore Guerra, si tratta di un’opera che per molto tempo è stata imposta al pubblico, fin da quando è uscita in Italia nel 1960. Un po’ come quei romanzi che tutti gli studenti vengono costretti a leggere a scuola e finiscono per odiare. Proprio per questo, la versione fantozziana del 1976 si è permessa di dire, per prima, che “la Corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca” e da quel momento, il pubblico non si è più sentito in dovere di sostenere il contrario. In quanti sanno, però, che questo film dura solo 68 minuti? Ho dovuto accertarmi che non fosse un errore di battitura del programma della serata. “Alla peggio” mi sono detta stupita “tra un’ora è tutto finito”.

SPOILER ALERT: sto per raccontare la trama del film.

Il mio scetticismo si è però dissipato fin dai primi minuti di proiezione. Dopo i severi titoli di testa in cirillico, bianchi e cubitali sullo sfondo nero, l’incipit glorioso della pellicola subito cattura la mia attenzione. Una musica trionfale, degna di un dramma verdiano, accompagna l’infrangersi sugli scogli delle onde di un mare in tempesta. Che rumore fanno quelle onde! Non si sente, ma si può immaginare. È il fermento dell’imminente rivoluzione russa a scatenarle. Il film infatti è ambientato nel 1905 e racconta dell’ammutinamento dei marinai di una nave, la Corazzata Potëmkin, nei confronti dei loro superiori. A bordo sono giunte notizie dei moti che in tutta la Russia spingono gli operai delle fabbriche a ribellarsi alla crudeltà del regime autocratico dello Zar. Grigorij Vakulinčuk si mette a capo Le cuirassŽ Potemkine 1925 real : Sergei Eisenstein COLLECTION CHRISTOPHELdella rivolta, rifiutandosi per primo di mangiare la carne avariata destinata all’equipaggio. Il regista non lascia spazio all’immaginazione e sceglie di inquadrare da vicino i vermi che proliferano sui quarti di bue appesi in cambusa. L’odore di quella carne di certo non dev’essere allettante. Il medico di bordo, però, nega l’evidenza e il comandante minaccia di fucilare chiunque rifiuti il borscht, la zuppa tradizionale russa a base di carne. Vakulinčuk esorta i compagni ad unirsi alla sua rivolta: quello che dice lo si legge nei sottotitoli, che sono però quasi superflui, grazie alla studiata composizione di ogni singola inquadratura. Anche i soldati del plotone d’esecuzione, dopo il suo discorso, invece di sparare agli insubordinati, si uniscono a loro. Nella lotta che porta i ribelli a impossessarsi della corazzata, molte sono le vittime, tra cui lo stesso Vakulinčuk. Il suo sacrificio in nome della rivoluzione diventa di grande ispirazione per gli abitanti di Odessa, una città nella quale i compagni approdano e portano la sua salma. Da una scalinata che pare infinita accorrono i cittadini: vogliono salutare quei marinai di cui hanno udito le gesta. La musica che li accompagna è gioiosa e inebriante. Ma i cosacchi dello zar irrompono sulla scena e, in una marcia cadenzata dalla musica che si è fatta improvvisamente grave, sparano sulla folla. Tutti scappano. Neanche la disperazione di una mamma che supplica aiuto portando in braccio il proprio figlio morto, ferma quei soldati, mai inquadrati in volto, ma solo caratterizzati da particolari del loro abbigliamento e delle armi. Sono automi, marionette del regime zarista. I cittadini, invece, così come i marinai, li vediamo uno per uno sullo schermo, con le loro facce normali, non avvenenti ma vere. Si soldati potiemkintratta, in effetti, in buona parte di attori non professionisti, scelti tra gli abitanti di Odessa e Sebastopoli. La sequenza dello sterminio, famosissima, non è didascalica né breve e la macchina da presa ne propone inesorabilmente i dettagli. Una carrozzina corre impazzita giù dalla scalinata, la mamma che la spingeva è a terra, ferita. Il viso insanguinato di una donna appare e subito scompare. Una sciabolata le ha rotto i suoi occhiali. Mentre in sala si respira tensione, la Potëmkin risponde a cannonate al fuoco dei cosacchi. Nel frattempo, giunge la notizia di una flotta di navi dello zar che si sta avvicinando a Odessa, determinata a sopprimere la rivolta. In nome della rivoluzione, la corazzata decide di affrontarli. La battaglia è imminente, e anche la fine del sogno rivoluzionario. Cosa può, un drappello di marinai, contro le navi da guerra russe? La bandiera rossa, unica nota di colore del film, dipinta a mano sulla pellicola, è pronta a essere issata sul pennone più alto della nave. “Sarà un tritacarne” ricordo di aver pensato, preparandomi ad assistere a un’altra scena terribile. Bene, lascio un velo di mistero anche a chi non ha paura degli spoiler. 

Questo film è muto, ma vale quanto mai la pena di ascoltarlo. La musica non fa da sottofondo, ma descrive la storia narrata in modo complementare all’immagine. Il nuovo restauro tedesco ci permette di vederlo esattamente come il regista l’ha pensato e realizzato. In Italia, infatti, negli anni ’60, uscì un film che poco aveva a che vedere con l’originale: molti tagli (tra cui l’intera sequenza della bandiera rossa), una traduzione poco attinente dei sottotitoli e un commento parlato in italiano quanto mai fuori posto, avevano alterato il risultato finale. Per non parlare dell’abominevole pratica di riquadrare alcune scene, alterando così la composizione delle immagini. Posso capire il disappunto di Fantozzi: quella che ha visto lui è una versione debole e didascalica di un’opera che, al contrario, non permette di staccare gli occhi dallo schermo neanche per un attimo. Si può dire che questo film sia uscito in Italia per la prima volta il 6 novembre 2017.

Andate a vedere ‘La corazzata Potëmkin’. Mi piacerebbe essere pagata da qualche lobby per dirlo, ma non lo sono. La potenza del “cinepugno” di Ėjzenštejn, per citare Guerra un’ultima volta, mi ha colpita in pieno ed è una sensazione che rende questo film del 1925 più attuale e potente che mai.

 

di Emma Bardiani

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