“Rooftoppers” : quei folli selfie sui cornicioni

RACCONTO DI UNA MODA INQUIETANTE CHE ARRIVA DAI SOCIAL

Salgono nel pieno della notte sui cornicioni dei tetti di edifici altissimi o addirittura sulle braccia delle gru, da soli o in coppia. Una volta raggiunta la vetta o il punto di altezza prefissato, si fotografano (o si fanno fotografare), dopodichè piazzano lo scatto su instagram, con tanto di hashtags quali #extreme  #adrenaline  #urbanclimbing e #rooftop. Fotografie che mozzano il fiato solo a guardarle, dove i soggetti in questione spesso e volentieri si coprono parte del viso con maschere e cappucci, o semplicemente si curano di inquadrare giusto i loro piedi a penzoloni nel vuoto, probabilmente per non farsi riconoscere dalle autorità e/o per dare un pizzico di mistero alle loro imprese. Si fanno chiamare “rooftoppers” o “urban climbers”.

Il lato più sconcertante di questa faccenda è che spesso i protagonisti di questi exploit non sono professionisti del settore. Almeno non in tutti i casi. Da alcune settimane stanno circolando sui social delle foto che corrispondono alla descrizione fatta in precedenza, con un particolare molto curioso: sullo sfondo di molti di questi scatti vertiginosi, emergono con una certa nitidezza gli edifici e i contorni di una città italiana. Si tratta di Torino, che da qualche anno ha ceduto all’ appeal esercitato dall’ architettura verticale. Secondo quanto riportano svariate fonti di informazione, tutte abbastanza autorevoli, pare che nel capoluogo piemontese si stia diffondendo tra alcuni ragazzini nativi del nuovo millennio una folle moda, che consisterebbe appunto nell’ arrampicarsi sulle impalcature di palazzi in costruzione per poter scattarsi foto in situazioni estreme, e infine condividere i pericolosi scatti sui social. Lo scopo di queste azioni? Godere di un panorama unico e alimentare il proprio ego attraverso i canali del web 2.0.

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Fonte immagine: lastampa.it

Le mete preferite sarebbero le passerelle di alcune fabbriche dismesse, o meglio ancora, i cantieri in zona Lingotto, quartiere in cui tra qualche anno dovrebbe spuntare un nuovo grattacielo, prossima sede degli uffici amministrativi della Regione Piemonte. Le foto diffuse in rete hanno avuto tra l’altro l’effetto di accendere anche il dibattito sulla sorveglianza dei cantieri durante le ore notturne.

Queste scalate vengono compiute a mani nude senza alcun tipo di protezione, con addosso soltanto un paio di scarpe da ginnastica, una felpa e ovviamente il cellulare per documentare il tutto. Gesti spericolati che trovano nei social network delle efficacissime casse di risonanza. Gesti che a quanto pare, vale la pena compiere in cambio una sfilza di followers e commenti di apprezzamento sui social, anche a costo di rischiare la vita. Il rischio di essere identificati viene facilmente scongiurato da un nickname. Al resto ci pensano cappuccio e maschera a mezzo volto.

Non è chiaro quanto sia grande numericamente questa comunità di scalatori. Probabilmente ne fa parte un numero ristretto di individui. E’ molto probabile tuttavia, che questa ragazzi vengano ispirati da gesti simili compiuti già in altre parti del mondo, da persone che hanno raggiunto la notorietà sul web prima di loro. Persone che ora vogliono emulare.

E’ il caso ad esempio di Ivan Semenov, Dmitry Chernysh, Grigory Shukhov e Angela Nikolau. Sono dei ragazzi poco più che ventenni di Mosca, diventati famosi sui social per le loro folli scalate sui tetti più alti della capitale russa. Ma da quanto si può constatare dai loro profili Instagram, pare che abbiano allargato il loro raggio d’azione anche a città come Guangzhou, Shangai, Honk Kong e Dubai.

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Fonte: instagram

I loro scatti fanno venire il batticuore e le vertigini anche solo a guardarli per pochi secondi. Le loro imprese hanno attirato l’attenzione di diverse testate locali, a cui non hanno avuto timore a rilasciare interviste. Si definiscono “drogati di adrenalina”. Fanno tutto questo per combattere la noia – “che dovremmo fare?” – domanda uno di loro – “Stare seduti a casa a bere alcolici o magari drogarci? C’è chi ama lanciarsi con il paracadute, chi va in chiesa, chi scia. Io invece scalo gli edifici e passeggio sui tetti” – si legge in un reportage realizzato da Maxim Shemetov per la Reuters. Sarebbe quindi colpa di una società che offre poco ai giovani, la causa della noia di questi ragazzi che accresce il loro bisogno di “sentirsi vivi”. A differenza dei torinesi, a Mosca non sentono la necessità di coprirsi il volto per evitare di essere identificati, nonostante questa pratica sia teoricamente illegale anche in Russia. Si arrampicano anche alla luce del sole, in barba alle autorità.

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Fonte immagine: instagram

Il “rooftopping” è stato sperimentato anche altrove, e spesso, ha anche avuto risvolti drammatici. La storia del cinese Wu Yongning infatti è finita in tragedia. Wu lavorava come stuntman per il cinema. Da febbraio 2017 inizia a postare selfie da capogiro in pose plastiche su Weibo (l’equivalente cinese di twitter). In breve tempo il ragazzo diventa una star del web, centinaia di migliaia di utenti lo seguono con ammirazione. Scalata dopo scalata, grattacielo dopo grattacielo, la vita di Wu giunge al capolinea l’8 novembre scorso, quando durante una delle tante arrampicate qualcosa è andato storto.

Il ragazzo è precipitato nel vuoto dal 62esimo piano del Huayuan Hua Centre, uno dei grattacieli più alti di Changsha, capoluogo della provincia dell’Hunan. Aveva soltanto 26 anni. La notizia si è sparsa solo circa un mese dopo la data del decesso, a metà dicembre, confermando i timori dei suoi follower, che da tempo non vedevano più foto postate dal profilo di Wu. La sua carriera da rooftoper è durata solo pochi mesi, il tempo di conquistare il web a colpi di selfie da brivido.

Dalla vicenda emerge inoltre un particolare misterioso: secondo quanto rivelato dai famigliari di Wu al quotidiano cinese Xiaoxiang Morning Herald, il giovane stava realizzando l’ultimo selfie fatale per incassare una somma in denaro promessa da uno sponsor: 100.000 yuan, che sarebbero serviti a pagare le cure per la madre malata e a sposare la fidanzata. L’identità del committente è tutt’ora oggetto di indagine della polizia cinese. Ad ogni modo facendo un giro sul web, ci si accorge facilmente che Wu Yongning non è l’unico ad averci rimesso la pelle per un selfie ad alta quota.

A rendere ancora più inquietante questa vicenda, è il fatto che questa folle moda ricorda molto la trama di “Nerve”, romanzo campione di incassi scritto dall’ autrice americana Jeanne Ryan, uscito nel 2012. Dal libro è stato successivamente tratto un film omonimo, distribuito nelle sale italiane a giugno 2017. Il romanzo, ambientato a New York in un futuro prossimo al nostro, racconta di come alcuni ragazzi molto giovani rimangono invischiati in un sordido e pericoloso gioco online, chiamato appunto “Nerve”. E’ possibile partecipare a Nerve in veste di giocatore o spettatore. Questi ultimi pagano per vedere online i giocatori all’opera, i quali giocano in prima persona, facendosi filmare mentre si cimentano in sfide di coraggio create ad hoc per loro, dalla più imbarazzante alla più rischiosa. In entrambi i casi chi partecipa a Nerve lo fa condividendo con il gioco tutte le informazioni ricavabili dai propri profili social. Chi vince Nerve prende “tutto”: soldi, likes, followers, popolarità.

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Una scena del film

Il romanzo si fa apprezzare urlando in faccia al lettore gli effetti più assurdi e paradossali che i social network hanno sulla società: la ricerca egocentrica e sfrenata di popolarità, gli individui che attraverso un nickname si trasformano da persone a utenti/mostri, i rischi di condividere info personali sul web, la scarsa importanza che assume la vita reale rispetto a quella virtuale.

Sarebbe interessante chiedere all’autrice del libro cosa ne pensa di queste foto estreme che stanno circolando in rete in modo sempre più insistente, di tutti questi rischi enormi e gratuiti. Sarebbe curioso domandarle come ci si sente ad aver scritto un romanzo distopico diventato quasi reale, profetico, nel giro di soli 4-5 anni.

Tutte questi selfie, tutti queste foto al limite, hanno probabilmente un unico sfondo, una sola cornice. Si potrebbe identificare questo sfondo con la noia generazionale in cui versa il pubblico dei giovanissimi, bombardato costantemente dagli impulsi della realtà “mostrata” dei social e dei reality. E’ un pubblico tanto bramoso di nuove fonti di intrattenimento quanto difficile da sfamare. Per impressionarlo si arriva quindi a fare anche questo: a scattarsi un selfie aggrappati a centinaia di metri di altezza, a un passo dal vuoto, in bilico tra la vita e la morte. Il modo migliore per dire : “Ehi guardate che bella la mia foto, guardate quanto è interessante la mia vita..”.

Di Lorenzo Bonuomo

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