50 minuti sul lettino

CITATI E RACCONTATI IN FILM E ROMANZI, GLI PSICOANALISTI ESISTONO DAVVERO. SONO POCHI, SELEZIONATISSIMI, E POSSONO FARCI RIVELAZIONI SORPRENDENTI. NON SOLO SU DI NOI.

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Ce li immaginiamo solitari, riflessivi e un po’ misteriosi. Tutto il giorno nascosti in quello studio in cui l’andirivieni dei pazienti scandisce le ore passate sul lettino, ad ascoltare i più inenarrabili segreti, a cercare un’interpretazione a tutti i non detti che esplorano la mente umana e vengono fuori senza volerlo. Sono gli psicoanalisti, una specie protetta e non in via d’estinzione, troppo spesso scambiata con psicologi e psicoterapeuti. No, uno psicanalista è un’altra cosa. Chiariamo la differenza, perché c’è molta confusione in merito. Gli psicologi sono i laureati in psicologia che dopo un tirocinio hanno sostenuto un esame di Stato per l’iscrizione all’ordine degli psicologi. Possono fare colloqui di sostegno psicologico, ma il loro lavoro solitamente è un altro. Lavorano nelle organizzazioni, nei centri medici, nelle cooperative di servizi, in aziende o come liberi professionisti, magari specializzati in elaborazione e somministrazioni di test psicologici. Gli psicoterapeuti sono psicologi o medici che hanno frequentato una scuola di specializzazione post lauream in psicoterapia, della durata solitamente quadriennale, alla fine della quale si occupano di psicoterapia. Percorsi individuali, di coppia o di gruppo, in cui si affronta un viaggio finalizzato alla cura e al superamento di un problema o di uno stato di malessere più o meno diffuso. Gli psicoterapeuti, però, non sono tutti uguali e si dividono nelle varie scuole di appartenenza: cognitivo comportamentale, sistemico relazionale, della gestalt, breve e strategica………..   Ogni scuola ha un suo apparato scientifico di riferimento e indicazioni molto dettagliate su come realizzare il percorso di cura. La durata dei percorsi varia, ma in alcune scuole (cognitivo comportamentale, breve e strategica) si tratta di percorsi di breve durata (a volte meno di 10 sedute). Ciò che non cambia è il setting: si tratta di sedute settimanali, di 45-50 minuti, in cui il paziente è seduto davanti al terapeuta, in una relazione vis à vis. Gli psicoanalisti, infine, sono anch’essi psicologi o medici che hanno frequentato il training della Spi, la società psicoanalitica italiana, che accoglie ogni anno pochissimi candidati, e che hanno affrontato un lungo percorso di analisi personale  I numeri possono spiegare bene le categorie. Gli psicologi in Italia sono 100.000, di cui la metà sono anche psicoterapeuti. Il numero italiano sembra essere troppo alto, circa un terzo di tutti gli psicoterapeuti europei. Un dato non positivo in cui emerge che buona parte dei più giovani non lavorano come psicoterapeuta a causa dell’eccessiva concorrenza, o sono obbligati a farlo abbattendo in modo drastico le tariffe.

Gli psicoanalisti, invece, sono circa600 in tutto lo stivale, hanno un’età difficilmente inferiore ai 50 anni e molto spesso provengono da altri campi del sapere. C’è da dire infatti che prima del 1988, anno di istituzionalizzazione dell’ordine degli psicologi e della professione di psicologo, chi esercitava la professione non poteva essere in possesso di una laurea (psicologia) che nemmeno esisteva. I terapeuti erano medici, laureati in filosofia, linguisti, matematici e molto altro. Dal 1989 un restringimento, contro cui gli psicoanalisti stessi si sono fortemente battuti, ha vincolato le lauree in medicina e in psicologia, escludendo di fatto altri percorsi umanistici da cui la psicologia stessa derivava. Ma se negli anni 70’ e 80’ gli psicoanalisti erano molti, dagli anni 90’ il loro numero è cominciato a diminuire in modo sensibile. I seguaci di Freud hanno continuato ad avere spazio nell’immaginario collettivo, nelle pellicole cinematografiche o nei romanzi emuli della Coscienza di Zeno. Il setting psicoanalitico infatti spaventa i pazienti di oggi, portatori di sintomi ben codificati per i quali si cerca una soluzione la più veloce possibile. I dottori del lettino, invece, non fanno promesse di tempo. Una terapia si sa quando comincia e si scopre andando fin dove si vuole che porti. Per essere un’analisi vera, come Freud l’ha codificata, deve prevedere dalle tre alle quattro sedute settimanali, in un set il più possibile stabile. Nelle sedute, di tre quarti d’ora, si usa il lettino. Significa che paziente e terapeuta non si guardano negli occhi, per raggiungere un livello di maggiore regressione e libertà espressiva (per il paziente) e di analisi (per il terapeuta). In un’analisi non è quasi mai il terapeuta a parlare. Il protagonista è il paziente, che tra associazioni libere, atti mancati, narrazioni di sogni o paure ricorrenti consegnerà al terapeuta la chiave interpretativa del proprio inconscio. Una sfida che richiede prima di tutto fiducia, poi pazienza e, infine, una certa disponibilità economica. L’analisi di fatto non funziona con tutti, il paziente deve essere appunto paziente, nel senso di saper aspettare, ma deve anche riuscire a fidarsi. Il terapeuta non sarà il risolutore dei problemi o il consigliere per affrontare specifiche situazioni, ma un orecchio in grado di ascoltare e, in modo del tutto incondizionato, orientare l’analisi che va fatta insieme. Tutto molto attraente e interessante, ma innegabilmente sempre più lontano dalle dinamiche di un mondo il cui l’imperativo categorico del tutto e subito ha condizionato completamente la quotidianità e non solo.

A Parma ci sono circa 800 psicologi, 400 psicoterapeuti e 3 psicoanalisti iscritti alla Società Psicoanalitica Italiana. Abbiamo incontrato, nel suo studio in via Petrarca, la dott.ssa Daniela Federici, con la quale abbiamo cercato di indagare circa le motivazioni che portano una persona a scegliere di andare in analisi e comprendere, soprattutto, quanto ancora oggi la psicoanalisi possa fare per l’essere umano.

Dottoressa Federici, la percentuale di pazienti disponibili a sostenere un percorso psicoanalitico oggi giorno è sempre minore. Quali sono le difficoltà che i pazienti devono superare per accettare un viaggio di questo tipo?

Forse una delle maggiori difficoltà di oggi è quella di accettare una dipendenza prolungata. A questo termine sono ormai associati connotati minacciosi, eppure la possibilità di una più autentica autonomia dello psichico dipende dalla formazione di strutture interne solide per le quali sono necessarie esperienze di rispecchiamento ed articolati processi di identificazione e dis-identificazione che passano attraverso una necessaria fase di continuità nell’attaccamento. Dobbiamo considerare che sia il mutare degli stili d’educazione – con bambini sempre più spesso affidati a diverse figure di accudimento e di conseguenza adattati alla discontinuità più che alla costanza –, sia le trasformazioni socioculturali che favoriscono difficoltà narcisistico-identitarie, concorrono a compromettere una capacità di “affidarsi”.

C’è quindi una certa paura della dipendenza?

Sembrerebbe paradossale parlare di paura della dipendenza in un’epoca in cui il fenomeno delle addiction è così dilagante: sostanze, fumo e alcol si presentano sempre più precocemente. Poi internet, videogiochi, shopping. Anche le modalità compulsive di relazione alla “mordi e fuggi” mostrano di voler negare, nel ritmo cangiante dell’intercambiabilità, la quota di reciproca dipendenza che si vive in un legame profondo. Quello che questi sistemi difensivi cercano è di organizzarsi in modo pseudo-autarchico, dove l’uso dell’altro – come delle cose – è in funzione di bisogni da “turare”. Quando l’Io è labile nei confini e instabile nei funzionamenti, minacciato dalla precarietà e frammentarietà, tendente a scaricare le tensioni piuttosto che elaborarle, l’altro diventa il bisogno urgente di un’esperienza fusionale antalgica dalla quale contemporaneamente ci si sente minacciati per il rischio di una perdita di sé. Queste condizioni lasciano gli individui preda di un nomadismo affettivo che impedisce di avvalorare i bisogni più profondi.

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Sembriamo vivere in una società di slegàmi, dove l’individuo è sempre meno consapevolmente parte di un tutto. Quali esiti può portare questa condizione?

Oggi si parla molto della perdita dei garanti metasociali, cioè di quelle tradizionali forme di organizzazione, riti, rapporti, miti, interdetti, che funzionano da cornice dello psichico. Il crollo delle grandi ideologie e del valore dell’azione collettiva ha lasciato il posto a un’impronta fortemente individualista, che fa perdere agli individui la possibilità di investire strutture di legame, un senso e un progetto comuni. La crisi del principio di autorità, la trasformazione dei rapporti uomo-donna (che guadagnando una maggiore libertà nei legami, li ha resi anche più fragili), la qualità edonista del nostro tempo, con il suo bisogno di apparire per essere, sono tutti cambiamenti che atomizzano le persone, rinviandoli ciascuno a una singolarità isolata che esaspera le angosce. Ormai per il bisogno di essere “qualcuno” e non svanire nell’anonimato, si finisce sempre più facilmente a rendersi conformi a modelli sociali alla moda, che alla fine ci massificano. Queste sorta di “identità rifugio” sono in realtà inconsistenti da un punto di vista psichico perché non passano attraverso identificazioni profonde e strutturanti, sono “prestiti” imitativi che diventano vitali come difese narcisistiche dalla paura di non essere “nessuno”, ma finiscono con l’impoverire il Sé. È un circolo vizioso, in cui si segregano con meccanismi sempre più primitivi le angosce (di vuoto, inadeguatezza, perdita, caducità) invece di coltivare strumenti elaborativi per trasformarle, pregiudicando più autentiche possibilità di “diventare” quel che siamo in potenza.

Va da sé che l’essere umano si perde, o almeno perde quei riferimenti stabili che per millenni hanno scalfito le culture e le vite degli esseri umani e che ora sembrano, per lo meno nelle società occidentali, scomparire inesorabilmente. Quali sono i rischi e le difficoltà del nostro tempo?

Il nostro tempo non è peggiore di altri, ha la particolarità di cambiare molto velocemente. Ma ogni cambiamento necessita del lavoro psichico per elaborarlo, e forse l’accelerazione di quest’epoca e il sacrificio dell’interiorità sull’altare della velocità di scorrimento stanno rendendo indigeribili le trasformazioni cui siamo esposti.

Quali sono i disagi, i sintomi, o le richieste per cui i pazienti decidono di intraprendere un percorso di analisi?

Dispersioni di identità e forme di non-integrazione, difetti di simbolizzazione e angosce prive di un contenuto rappresentativo che cortocircuitano nel corpo e negli agiti, sono alcune delle espressioni delle cosiddette nuove malattie dell’anima. Sempre più spesso ci troviamo a lavorare per rivitalizzare qualcosa: “non mi manca niente, ma non sono felice”. Nell’epoca delle sconfinate possibilità, incontriamo esistenze che non sanno né dove né come condursi, come si fosse persa una titolarità creativa dello psichico e si aspettasse da fuori un movente per animare la propria esistenza. Un’anemia del desiderio, che langue annoiato e perso nel senso di vuoto. Al suo posto è subentrato l’imperativo del godimento, che si pone su un registro di tutto/subito che non conosce attese né limitazioni. Il miraggio del poter essere o avere tutto, senza condurre mai a ragionevolezza i più primitivi sogni di onnipotenza, genera un ideale insaziabile condannato al fallimento per la discrepanza con le reali possibilità di soddisfare le sue smanie. Il desiderio è costitutivamente un “tendere verso” che riconosce il limite, prevede l’attesa, tollera la frustrazione, regge l’impossibilità e il lutto, aspetti che sono strutturanti dello psichico. Oggi guardiamo ai limiti come un inaccettabile arbitrio contro le nostre libertà, e ogni richiamo all’ordine, alla regola, all’impegno, vengono squalificati come orpelli desueti. Anche la Tecnica ci mette nel suo a esaltare l’onnipotenza. Ma è il limite che ci permette di distinguere ciò che è reale e possibile da ciò che non lo è. E anche ciò che è bene e ciò che è male, perché la lusinga di una vita furba e arrogante dove “l’Io valgo” è il faro autoreferenziale cui tutto è posposto, concretizza un seducente incitamento alla regressione, sfruttando tendenze insite in ognuno e ponendoci in un universo senza legge, dove vengono a mancare non solo i riferimenti simbolici ma anche quelli etici.

Negli ultimi decenni siamo passati da una civiltà in cui l’uomo deve adattarsi, pensiamo al lavoro, alle aspirazioni, alla salute, ad una in cui si è spinti ad autodeterminarsi. Una grande conquista, che apre infinite nuove possibilità, ma ben più difficile da gestire, e non alla portata di tutti.

Lo si sente dire spesso ai ragazzi: “Puoi fare quello che vuoi”. Ma questo non da la garanzia che i ragazzi sappiano subito cosa vogliono fare, questo a volte è un percorso da costruire. E inebriati dall’illusione che tutto sia davvero possibile, dimentichiamo che per riuscire in qualcosa non basta volerlo. I giovani possono avere molto più paura che in passato a buttarsi, perché se non c’è limite in ciò che si può realizzare, allora non riuscire diventa una colpa che riempie di vergogna.

Di fronte a tutto ciò penso all’immagine di una persona, con davanti a sé una tavola imbandita piena di pietanze: apparentemente può assaggiare tutto, ma i prezzi non sono ben esposti e nemmeno i pericoli nascosti dietro ogni alimento. L’idea, poi, è che si abbia pochissimo tempo per digerire. Alla fine non si sa che fare. Mangiare tutto abbuffandosi,  scegliere un solo piatto? O rischiare di essere presi dall’indecisione e non arrivare alla fine ad afferrare alcun cibo?

Siamo sempre più spesso, specie i giovani, individui che si trovano davanti sconfinate possibilità e soccombono all’angoscia del vuoto, che a volte faticano ad appassionarsi a qualcosa, assediati dagli “attacchi di panico”. L’obiettivo è quello di rianimare il desiderio perché è l’unico ingrediente che vivifica realizzazioni creative e ce le fa sentire nostre, che ci da il senso di una vita piena e appropriata. Questo, insieme alla funzione di pensiero, alla consapevolezza e responsabilità di sé,  sono fra i compiti dell’analisi.

Una scelta che di fatto non è alla portata di tutti!

Meno di quanto si pensi. Le difficoltà economiche non sono la ragione più significativa della titubanza nell’accettare un percorso di analisi; spesso ai pazienti spaventa la prospettiva di andarsi a guardare nel profondo, le paure di dover fare i conti con aspetti scomodi di sè, soprattutto di sentire una sofferenza di cui farsi carico, e farlo nella prospettiva di un lungo impegno emotivo oltre che economico.

Per una persona normale, con uno stipendio normale, anni di analisi non sono comunque uno scherzo. Lo Stato può fare qualcosa?

È vero, è impegnativo, come lo sono tutte le cose importanti. Da questo punto di vista lo Stato italiano non aiuta, al contrario di alcune realtà, penso alla Germania, dove le assicurazioni sanitarie riconoscono anche 100 sedute l’anno.

Germania e Argentina, due paesi agli antipodi per molti aspetti, in cui l’analisi è viva e vegeta.

Si, l’Argentina ha una ricca tradizione. Viene da chiedersi se anche le gravi traumaticità vissute da queste popolazioni – nazismo e violenza di stato con il dramma dei desaparecidos – siano eventi della storia che portano a scelte di cura per metabolizzare ferite collettive.

Un paziente in analisi si sente meno solo se sa che il suo analista è stato anch’esso, o lo è ancora, in analisi. Non sembra però una scelta che riscuote successo in altre scuole psicoterapiche.

Freud diceva che non possiamo condurre nessuno più in là di dove siamo arrivati noi stessi. L’analista è il proprio strumento e la coabitazione mentale con l’altro necessita una manutenzione del proprio mondo psichico, è una scelta di messa a disposizione a un metabolismo continuo.

Ogni paziente è un mondo a sé, poi ci sono degli universi comuni che certamente oggi condizionano la quotidianità. La crisi è uno di questi?

Le nuove generazioni sono le prime della storia nelle quali i figli si possono aspettare meno dei loro genitori. Questo crollo del progresso garantito non ha solo a che fare con l’insicurezza economica, è proprio diventata una paura del futuro: dall’inquinamento al terrorismo, alla crisi per trovare lavoro e uscire di casa. Questo senso di precarietà bisogna elaborarlo, perché pensare un futuro per i propri figli significa costruire una struttura mentale che è cruciale per il Sé, lo orienta su una prospettiva lungo un arco temporale, è una funzione vitale da trasmettere la prospettiva aperta sul loro a-venire. D’altronde krisis di per sè non è un termine negativo, rimanda a una rottura di continuità, quindi può costituire anche un’opportunità.

Ad anticipare la crisi di cui si parla da ormai dieci anni, Parma ha conosciuto un’altra crisi, questa volta cittadina, quella Parmalat, un simbolo fortissimo per la città, il cui patron era come un padre simbolico.

È stato un dramma per molti e un danno – dal punto di vista dei simboli – per tutti, la caduta di una figura di riferimento, di un’immagine. Parma è una città che mi pare sappia scendere in piazza a portare i propri malumori, anche se l’assuefazione e la de-socializzazione che poi scade nell’indifferenza è sicuramente una cifra del nostro tempo.

Come vede i giovani e gli adolescenti nella Parma di oggi, nel mondo di oggi?

Non ho elementi per differenziare la realtà di Parma da altre. Dei cambiamenti sono senz’altro rilevabili, alcuni autori parlano di una vera e propria mutazione antropologica. Pare scomparsa la latenza – un’epoca dello sviluppo prepubere in cui andavano in pausa gli aspetti pulsionali e si sviluppavano quelli cognitivi – e al suo posto c’è un anticipo delle problematiche adolescenziali. Questo significa che questioni affettive e impulsi fanno la loro comparsa prima e la strumentazione per farvi fronte è meno evoluta. Inoltre lo stile di vita con cui i ragazzi trascorrono una larga parte del loro tempo non favorisce l’elaborazione, lo sviluppo delle capacità di mentalizzare l’esperienza. Faccio un esempio: se pensiamo a un bambino che con un gioco costruisce una storia, vediamo la rappresentazione creativa e simbolica di propri scenari interni, espressi a un livello emotivo e cognitivo che saranno quelli propri del bambino. Così, attraverso il gioco, il bambino metabolizza questioni, paure, sofferenze, difficoltà, in modo creativo. Un bambino che entra in un videogame  è immesso in una realtà pensata da un adulto e con un obiettivo che non è (salvo rare eccezioni) quello di fargli elaborare questioni del suo mondo interno, ma produrgli stimolazione, potremmo dire eccitamento; non gli si chiede un’interazione creativa quanto una velocità di reazione. Così si abituano a un funzionamento “stimolo-risposta”, senza elaborazione. Quando poi ci troviamo di fronte alle problematicità del mancato controllo degli impulsi o dell’iperattività, non c’è poi molto da meravigliarsi: mancano capacità di contenimento e modulazione, così come di attribuzione di un senso a quel che accade e che si fa.

Nei bambini di oggi sembra esserci una diffusione sempre più evidente di problematiche come i disturbi dell’attenzione e l’aggressività. È proprio tutto come appare?

C’è un eccesso di medicalizzazione per disturbi che, in buona quota, in altri tempi avremmo considerato più semplicemente espressione di maleducazione. Questo frequente ricorso ai cosiddetti “esperti” (pensiamo solo al proliferare di rubriche, tate televisive, libri) sembra un modo per far rientrare dalla finestra la figura d’autorità che si è buttato fuori dalla porta: i genitori che non vogliono porre limiti ai propri figli ne fanno dei tiranni che poi non riescono a gestire, e che portano sempre più spesso in consultazione delegando un ruolo di limite (e contenimento) che è diventato sempre più difficile da assumere in prima persona. Le etichette diagnostiche assumono per i genitori un ruolo di rassicurazione (“c’è un problema e qualcuno esperto che se ne occuperà”) ma per i bambini possono trasformarsi, da difficoltà transitorie dell’età, in aspetti con cui ci si può identificare facendone categorie della propria identità.

Tutto ciò non può non investire la categoria dei genitori, sempre più in crisi.

Noi genitori di oggi sono in una fase di passaggio: contestato il modello autoritario delle generazioni precedenti, ogni famiglia deve istituire da capo i propri modelli educativi e questo chiama in causa in modo personale. Prima la disciplina si tramandava, in un certo senso, c’erano principi organizzatori gerarchici che traghettavano prescrizioni, limiti, divieti – il modello verticale del: “perché finche sei in casa mia fai quello che dico io”, per intenderci. Tutto questo oggi è diventato più difficile da far valere perché i genitori cercano un rapporto orizzontale con i figli e tutto passa attraverso la negoziazione del consenso. Ma è irrealistico aspettarsi che un bambino si autoregoli per non doverlo sgridare, e se non si mettono regole e limiti viene a mancare un contenimento dell’impulsività che invece è necessario. Sempre più spesso il compito educativo è delegato alla scuola, ma il problema è che nel frattempo si è rotto il patto sociale fra genitori e insegnanti – sempre a causa della contestazione dell’autorità -, così se da una parte ci si aspetta che lì l’esplosività o la tirannia possano essere addomesticate, dall’altro si contesta il ruolo degli insegnanti e le frustrazioni che questi infliggono ai propri protetti. Ho ascoltato più di un genitore considerare che ai suoi tempi contavano i genitori e si doveva obbedire e ora che sono arrivati i figli, comandano loro. Ma succede perché la difficoltà a impersonare l’autorità, finisce con il passarla di mano. È una cosa auspicabile che un genitore desideri che il proprio figlio abbia più di quel che abbiamo avuto noi, ma è più difficile tenere conto che, su un piano meno consapevole, è in gioco il desiderio di farne un essere onnipotente con la cui libertà assoluta poterci identificare. Insegnare loro a far fronte a frustrazioni, difficoltà, perdite, è miglior servizio di volerli preservare da questi aspetti irriducibile dell’esistenza.

E l’adolescenza?

Adolescenza e adulto vengono da una medesima radice, solo che mentre adolescere indica un processo, l’adultità indica un conseguimento. Oggi si usa molto il neologismo di giovane adulto, che rende bene come, se per età potremmo definirlo tale, mancano delle acquisizioni di maturità che non si può più dare per scontate. Così qualcuno arriva addirittura a parlare di adultescenza, come una processualità aperta e indefinita nei suoi confini.

In analisi arrivano categorie opposte, come adolescenti o anziani?

Per gli adolescenti si tratta più spesso di tranches. Per usare una bella immagine di Bolognini, sono pazienti che considerano lo studio dell’analista come un “bar nel deserto”: si fermano al bisogno, per mangiare qualcosa o fare benzina, aggiustano assetti e procedono, magari tornando all’inciampo successivo. A volte le persone in là negli anni arrivano a concedersi uno spazio per sé che prima non si erano legittimati, con l’idea di imparare a gestire meglio un difficile passaggio di vita. Poi, come spesso succede, si inizia una terapia con una domanda e si finisce con lo scoprirne altre, è il bello del viaggio.

Come definirebbe o spiegherebbe il percorso di cura analitico?

Un’esperienza riflessiva di conoscenza di sé, l’intenso andirivieni di essere e osservarsi con cui costruiamo la nostra interiorità, con cui soggettiviamo – cioè facciamo nostra – l’esistenza. L’enfasi sul pensiero non è una cifra snob o velleitaria, il pensiero è la capacità di trasformare il peso di ciò che ci affligge (angosce, dolore mentale) in un senso che possa contenerlo. Il pensiero è ciò che fa la differenza fra: “Sono così arrabbiato che ti spaccherei la testa” e ciò che si scatena nell’agire. Dove non c’è un pensiero che fa da premessa, modulazione, rotta intenzionale, resta pura scarica, siamo preda degli impulsi. Tanta cronaca ci mostra molto bene questa realtà. Dove il pensiero fa difetto è arduo distinguere e agire con una coerenza interna, con la consapevolezza di chi siamo e cosa stiamo facendo, e nel collasso di questo spessore perdiamo ciò che ci fa più umani. L’analisi è una profonda e lunga esperienza dove l’analista si offre come presenza intonata per la trasformazione creativa del Sé, anche attraverso una funzione significante che il paziente può usare per accrescere l’area della rappresentabilità e permettere agli elementi introspettivi di farsi esperienza fruibile del proprio mondo interno, reso più visibile e meglio vivibile. Certo in un tempo che mira a eludere il pensiero e la responsabilità per viaggiare più leggeri, ci stiamo trasformando in un progetto eversivo! Un giovane paziente che ogni tanto, paragonandosi ai suoi compagni di liceo, mi diceva: “Dottoressa, se qua funziona divento un disadattato!”, mi espresse il senso della sua terapia canticchiandomi una canzone di Jovanotti:

Forse fa male eppure mi va
Di stare collegato
Di vivere di un fiato
Di stendermi sopra al burrone
Di guardare giù
La vertigine non è
Paura di cadere
Ma voglia di volare

Mi fido di te

Mi sembrò un bel modo, fiducioso appunto verso sé, l’altro e il legame, di rappresentare l’insegnamento della psicoanalisi a fronteggiare il dolore invece di cercare, vanamente, di farlo scomparire con soluzioni che alimentano il male invece di risolverlo.

Per concludere, quali riferimenti filmici, o romanzeschi, può consigliare a chi vuole avvicinarsi, magari indirettamente, a questo mondo?

Per i romanzi direi Fernando Camon,  La malattia chiamata uomo e Marie Cardinal, con  Le parole per dirlo. Libri molto diretti in tal senso. Il recente L’interpretatore dei sogni di Massini è una trovata letteraria molto interessante che rende bene “l’alterità” interna dell’inconscio. Come film mi viene in mente Il grande cocomero o Un’altra donna. Robin Williams è abbastanza credibile come terapeuta in Will Hunting, ma anche in Sesto senso c’è una dimensione dello scoperta di sé molto interessante nel rovesciamento dell’intreccio.

 

Anche per noi sono finiti i 50 minuti d’incontro questa volta non rituale. Un incontro con una dimensione, quella dell’analisi, come abbiamo detto rara ma in continua rivalutazione. Alla fine, se ci pensiamo, è nato tutto da lì. Un lettino, molti racconti, e le interpretazioni di un signore con la barba che scoprì quanto l’uomo è in grado di mentire a se stesso. A volte fin troppo bene.

di Simone Ariot

 

 

 

 

 

 

 

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