Quanto inquina Internet? Tanto, e per il 40% è colpa nostra

GLI ENORMI CONSUMI PER SPOSTARE OGNI GIORNO 1.800.000.000.000 DI BYTE

Un mondo favoloso e infinito, capace di fornire riposte a qualunque domanda in pochi secondi. Una risorsa imprescindibile, ormai, per la gran parte della popolazione mondiale. Ma Internet, lo strumento che ha migliorato molti aspetti delle nostre vite, nasconde anche tante insidie e problemi. Non ultimo, il forte impatto ambientale delle strutture necessarie al suo funzionamento. Recenti studi, infatti, dimostrano come il web sia responsabile di circa il 2% di tutte le emissioni di CO2 mondiali pari a 830 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Ma come fa il web a inquinare così tanto?

La struttura portante di internet, ovvero quella che rende possibile lo scambio di email da un capo all’altro del globo e l’accesso dall’Italia a un qualsiasi sito in Estremo Oriente, in Oceania o in Africa, è costituita da chilometri e chilometri di cavi sottomarini e sotterranei che collegano i diversi continenti, una rete nervosa globale che tiene insieme il mondo virtuale del web. Attorno al globo ci sono circa 800.000 chilometri di cavi che innervano i fondali degli oceani, ovvero circa venti volte il giro del mondo, per far funzionare una rete su cui viaggiano ogni giorno oltre 1.800 petabyte, ciascuno pari a mille miliardi di byte, più o meno il traffico di un giorno su YouTube. Stiamo parlando, dunque, di una struttura perfettamente globale che, come qualsiasi macchinario, può avere pregi, difetti e malfunzionamenti.

Internet, però, è più complesso di così: non ha una struttura omogenea ma è una rete di reti, ciascuna completamente autonoma, che collega i computer di tutto il mondo, nodi della rete stessa. Le singole macchine sono correlate in una rete locale, che poi si collega ad altre reti locali, che in seguito si connettono a più ampie reti regionali e così via in un susseguirsi di livelli. Internet, inoltre, ha una struttura tutta sua, senza un governo o un punto centrale dal quale partono le informazioni. Tutti i pacchetti di dati – email, richieste di accesso, telefonate via Skype, ecc… –  vengono scomposti e viaggiano sulle reti seguendo percorsi che non sono necessariamente quelli più corti, ma quelli più adatti in quel momento, passando di nodo in nodo e riunificandosi poi allo snodo finale, cioè il server dell’internet provider o degli altri colossi del web. Questo percorso è seguito anche nel momento in cui usiamo internet via cellulare, infatti i nostri dati viaggiano via wireless fino alla torre più vicina, ma poi vengono immessi sull’infrastruttura fisica. Sono così proprio le grandi autostrade di cavi sottomarini a costituire il vero ‘scheletro’ dell’internet globale.

Ed è proprio qui che scatta la questione ambientale: come si alimenta questa enorme massa di computer connessi tra loro? Il consumo di energia elettrica è enorme, e non riguarda solo il loro funzionamento, ma anche la necessità di raffreddare i server. Non è un caso che il più grande data center del mondo sarà costruito in Norvegia, a Ballangen, poco lontano dai server di Facebook, situati anch’essi a nord del circolo polare artico, in  Svezia.

Le basse temperature e l’abbondanza di acqua di queste zone le rendono l’habitat perfetto non solo per Babbo Natale e i mobili in betulla: Kolos, l’azienda che si occuperà del progetto, è stata attratta dalle possibilità di ridurre i costi di gestione e l’impatto ambientale dei server. La struttura, a pieno regime avrà una potenza di 1000MW, prodotti da fonti di energia rinnovabili. Una scelta virtuosa se si considera che l’inquinamento di Internet deriva principalmente dai combustibili fossili usati per produrre energia. Dato che le proiezioni del CEET (Centre for Energy-Efficient Telecommunications) suggeriscono che il consumo potrebbe raddoppiare entro il 2020, i ricercatori stanno testando nuovi modelli di trasmissione dei dati, basati su strutture che siano sempre più efficienti a livello energetico.

Anche i web designer hanno però cominciato a interrogarsi sulla questione: James Christie, nell’articolo ‘Sustainable web design’, già nel 2013 sosteneva che il 40% di tutte le emissioni della rete “cade almeno parzialmente sotto la responsabilità delle persone che ‘fanno’ il web”. Le immagini ad alta definizione e le grafiche accattivanti appesantiscono i siti, creando come dice Christie, “dei fuoristrada dove basterebbero biciclette”.

Anche per questo è nato COO2GLE, un’opera di Joana Moll, artista e ricercatrice attiva tra Barcellona e Berlino. Il progetto è un’installazione online che in tempo reale mostra la quantità di anidride carbonica prodotta da Google.com, sito più visitato al mondo, che da solo immette nel nostro ecosistema 500 kg di CO2 ogni secondo. Non a caso COO2GLE è un sito semplicissimo, in bianco e nero e senza immagini: produce infatti solo 0,037 gr di CO2 ogni volta che viene visitato. Cliccando sul link in calce all’introduzione, si accede al cuore del progetto, un semplice contatore che stima quanto l’utente stia inquinando il pianeta ogni istante che passa. Lo trovate qui, se non siete deboli di cuore.

Insomma, la questione ambientale inizia ad essere sentita e ci si interroga sulle strategie per affrontarla. Una delle più diffuse è detta ‘carbon offset‘ e consiste nel promuovere iniziative che compensino la produzione di gas serra. Ecosia, per esempio, è un motore di ricerca nato nel 2009 che investe gran parte dei suoi proventi in opere di riforestazione. Al momento il sito ha già piantato più di 28 milioni di alberi finanziando, in vari paesi del mondo, imprese locali gestite dalla popolazione. Le pubblicità legate alle ricerche degli oltre sette milioni di utenti di Ecosia sono introiti per il sito “ma anche chi non clicca sulle inserzioni ci è utile” specifica il motore di ricerca “perché contribuisce ad aumentare il numero degli utilizzatori e quindi il nostro valore”.

“Un click su una delle pubblicità più redditizie può finanziare più alberi in un colpo solo – spiega Ecosia sul suo sito – altri possono valerne una frazione. Tenendo conto che non tutti gli utenti cliccano sulle inserzioni ad ogni utilizzo, il guadagno è in media di 0,05 € per ogni ricerca”. Visto che piantare un nuovo albero costa all’azienda all’incirca 0,22 €, servono almeno 40 ricerche per finanziarlo. Gli scettici sono molti ma Christian Kroll, fondatore di Ecosia, utilizza la trasparenza per smentirli: ogni mese pubblica un report dei suoi guadagni specificando con precisione quanti soldi finiscono nei progetti di riforestazione. Ad aprile, su un totale di 722.269 €, sono stati investiti ben 341.582 € nel piantare 1.757.131 alberi. Non male per un motore di ricerca, che nel 2014 ha ricevuto il titolo di B Corporation, per il suo modello di social business, definito come un ibrido tra business non-profit e full-profit. In pratica, più soldi fanno, più alberi riescono a piantare.

 

di Emma Bardiani e Mattia Celio

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