Uno spettacolo sbagliato: “La Peste” di Camus al Teatro del Cerchio

ATTORE E SPETTATORE L'UNO DI FRONTE ALL'ALTRO PER RIVIVERE LE ATMOSFERE DEL ROMANZO

Il 14 e 15 dicembre è andato in scena al Teatro del Cerchio lo spettacolo “La peste“, ispirato all’omonimo romanzo di Albert Camus e giunto quest’anno alla sua sedicesima replica. La regia dello spettacolo, curata da Mario Mascitelli, prevede un percorso articolato in 11 stanze e 15 attori che, mano a mano che si procede, interagiscono a tu per tu con lo spettatore, completamente soli di fronte ai personaggi e alla crudezza della peste, reale protagonista opprimente ed onnipresente dello spettacolo.

L’OPERA LETTERIA – “Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. […] Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le dovute precauzioni”. Queste parole di Albert Camus, tratte dal suo romanzo “La peste” pubblicato per la prima volta a soli due anni di distanza dalla fine del secondo conflitto mondiale, permettono di comprendere il valore allegorico della narrazione.  Il romanzo è ambientato negli anni quaranta del ‘900, nella laboriosa ma apatica città di Orano, prefettura francese della costa algerina. Tutto procede come sempre, fino a quando, partendo da un’anomala moria di topi, si propaga un’epidemia di peste, morbo anacronistico ma ugualmente letale, che porterà la piccola città all’isolamento della quarantena. Mentre la popolazione viene decimata dalla malattia, coloro che ancora non sono stati contagiati reagiscono ognuno a modo proprio, tra chi si rinchiude in casa preso dal panico, e chi, come il dottor Rieux, protagonista del romanzo, prova disperatamente a trovare una cura. Cambiano i ritmi, che da quelli del lavoro passano ad essere quelli della malattia, e cambiano anche i ruoli sociali rivestiti dai vari componenti della popolazione. Ecco allora che la peste diventa simbolo ed allegoria del chaos, della guerra, dei totalitarismi che hanno segnato quegli anni, primo tra tutti il nazismo e, più in generale, del male che arriva senza che si sappia né da dove, né perché, tra la negazione e il disinteresse di coloro che colpisce. A tal proposito, “La peste” si dimostra essere una profonda riflessione sul che cosa significhi davvero avere la responsabilità di fare la cosa giusta, nel momento in cui ci si ritrovi catapultati in un contesto estremo, all’interno del quale tutto passa in secondo piano rispetto al ‘flagello’. Anche una volta sconfitta l’epidemia, quando tutto comincia a tornare alla normalità, Camus tiene a sottolineare che i bacilli  del morbo sono sempre in agguato, poiché  albergano dentro ognuno di noi, e che l’unica arma possibile sia la volontà della consapevolezza: “So per scienza certa che ciascuno la porta in sé la peste, e nessuno al mondo ne è immune. […] Il microbo è cosa naturale. Il resto, la salute, l’integrità, la purezza, sono un effetto della volontà e d’una volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile. E ce ne vuole di volontà e di tensione per non essere mai distratti”.

LO SPETTACOLO – Undici stanze da percorrere e scoprire una dopo l’altra, nelle quali sono distribuiti 15 attori pronti ad interagire a tu per tu, sia verbalmente che fisicamente con lo spettatore: queste le caratteristiche che rendono così unico e particolare lo spettacolo, che ormai da 16 anni va in scena per due giorni all’anno al Teatro del Cerchio. Appena entrato, lo spettatore viene catapultato in un mondo altro, in cui è fin da subito presente una sensazione di oppressione ed angoscia, che rimarrà e, anzi, andrà crescendo durante tutti i 33 minuti di durata dello spettacolo. Una volta dentro, tempi e spazi appaiono come dilatati, e l’interazione coi vari personaggi porta a provare sensazioni talmente diversificate che risulterebbe difficile elencarle tutte. Ci si sente vittime e poi colpevoli: da una situazione di intimità dovuta all’addio della persona amata, ci si ritrova frequentatori di un lussurioso bordello; da umili peccatori che si confessano in chiesa, si diventa in un secondo momento santi, oggetto delle preghiere e delle invocazioni di una povera donna malata. Una volta entrati, sono buio e penombra a dominare un’atmosfera fatta di luci soffuse e spesso colorate, originate in certi casi da lampade, in altri da candele. Anche dal punto di vista dei suoni, l’atmosfera che si viene a creare è piuttosto singolare. Non abbiamo musiche in sottofondo e nessuna colonna sonora registrata: tutto quello che possiamo udire proviene direttamente dalle stanze e dagli attori che le popolano. Si è costantemente immersi in un ‘bagno sonoro’ fatto di urla, gemiti, mormorii e rumori ambientali di varia natura, dovuti all’uso degli oggetti, agli spostamenti e ai passi delle persone presenti e, soprattutto, al trillo di una campana, che scandisce inesorabile il passaggio da una stanza all’altra. Ognuna di esse è infatti separata dalle precedenti e dalle successive solamente da pannelli in tessuto scuro, che permettono di sentire, ma non di vedere, quel che avviene negli spazi vicini. Gli attori stessi non seguono un copione preciso, ma utilizzano invece uno schema fisso per reagire poi di volta in volta in maniera differente agli stimoli forniti loro dallo spettatore, e risulta  difficile non annuire o scuotere la testa di fronte alle domande, alle suppliche o alle accuse che ci vengono rivolte. Lo spettatore viene abbracciato, accarezzato, spinto via e addirittura mosso nello spazio in vari modi. È possibile sentire il respiro degli attori, percepirne il calore corporeo, vederne il sudore e i tremiti sul viso, tutte caratteristiche che fanno di questo spettacolo una vera e propria esperienza sensoriale, più che una semplice rappresentazione. Tanti gli elementi che rendono così particolare questa messa in scena del romanzo di Camus, del quale non vengono riproposti fedelmente personaggi ed avvenimenti, bensì l’atmosfera generale di ansia e di oppressione, come se vi fosse accanto a noi una protagonista tanto impercettibile quanto inevitabile: la peste stessa.

LA PAROLA AL REGISTA –  Come spiega il regista Mario Mascitelli, “La peste” nasce come uno “spettacolo sbagliato“. Originariamente era stato pensato come un insieme di quindici monologhi, scritti dagli stessi allievi ed attori del Teatro del Cerchio, per una durata complessiva di due ore e mezza. “Era tutto a vista e di una noiosità incredibile – racconta Mario – Quindici giorni prima di andare in scena, durante la prova generale, radunai tutti gli attori e dissi: ‘Ragazzi, guardate che così non funziona, dobbiamo trovare un’idea diversa’. È nato così uno spettacolo per spettatori itineranti, ed è diventato talmente tanto un successo che replica ormai da 16 anni ininterrottamente. In tanti sono venuti a vederlo e in tanti tornano”. Un grande successo di pubblico, dunque, che vede nell’immedesimazione di chi partecipa il suo punto di forza: “Credo che il segreto dello spettacolo sia quello di puntare a vivere un’emozione, far sentire lo spettatore non un semplice visitatore, ma un personaggio reale che si immedesima in ciò che accade – continua il regista – Il rapporto diretto con l’attore o gli attori che si troveranno di fronte mano a mano, fa sì che il pubblico si senta sempre parte di qualcosa. Inizialmente si comincia con molta titubanza, ma si esce poi con qualcosa di cambiato dentro, che sia in positivo o in negativo. Lo spettacolo può piacere come non piacere, ma in ogni caso genera qualcosa in chi assiste.  L’esperienza che si vive ad ogni replica poi è sempre diversa. Tra l’altro, cerchiamo anche di cambiare un po’ il cast tutti gli anni, perché ogni attore porta la propria esperienza e le proprie capacità”.  Ed è proprio la spontaneità di questo particolare rapporto che si viene a creare tra attore e spettatore che Mario cerca di incentivare, riducendo al minimo tutti quegli elementi che potrebbero portare ad un risultato troppo costruito: “Agli attori non faccio fare più di una prova, una di numero. Voglio che mantengano la freschezza del dialogo e soprattutto che siano più rivolti all’ascolto dello spettatore piuttosto che intenti a seguire un testo o un copione”.  Una volta terminato lo spettacolo, tuttavia, risulta naturale chiedersi che cosa rappresenti nel 2018 la peste: “Credo che si tratti di uno spettacolo terribilmente attuale – risponde Mascitelli – Camus scrisse la sua opera pensando all’avanzata nazista, e quindi a tutto quello che la peste potesse rappresentare come virus e come morbo. Devo dire che, forse, anche oggi c’è un grosso rischio di veder rinnovato quel contagio di cui all’epoca si occupò Camus: credo sia un argomento da trattare sempre per non dimenticare, soprattutto affinché nulla di simile possa ripetersi nella storia. Sono però molto contento che ci siano giovani che vengono a vedere lo spettacolo e che non sia qualcosa di riservato soltanto a chi conosce l’autore del romanzo o agli appassionati di teatro”.

di Gabriele Sani

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