Fabrizio De André: a 22 anni dalla morte il “poeta degli sconfitti” ci insegna ancora

Ricordiamo il cantautore che, attraverso musica e poesia, ha dato una voce agli umili e agli oppressi esplorando l'umanità

Ho sempre impostato la mia vita in modo da morire con trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto”.

Questa è una delle più celebri frasi del cantautore genovese Fabrizio De André, che non ha mai avuto paura di parlare della morte. Così vogliamo iniziare a ricordare uno dei più grandi cantautori italiani. Quest’anno, infatti, ricorre il 22esimo anniversario della sua morte, avvenuta alla prematura età di 58 anni l’11 gennaio 1999.

Alcuni dicono che per parlare di un poeta bisognerebbe farlo in rime, con una poesia, ma non è certo capacità di tutti e noi proveremo solamente a raccontare chi è stato, cosa sognava e cosa ha rappresentato per gli italiani uno dei più celebri artisti del nostro Paese.

Fabrizio Cristiano De André, conosciuto anche come Faber, nasce a Genova, più precisamente a Pegli, nel 1940 e, proprio de “LaSuperba”, negli anni diventa un simbolo, un bene prezioso, un vanto. Egli dedicò circa quarant’anni della propria vita – dal 1961 al 1998- alla musica, alla poesia, scrivendo testi che rimarranno per sempre nella storia della musica italiana. La sua fu una carriera di straordinario successo, sia per i numeri di dischi venduti, cifra che si aggira intorno alle 65 milioni di copie, ma soprattutto per quello che divenne nella cultura musicale italiana. La sua non fu solo una vita d’artista, ma un romanzo fatto di tanti momenti belli e di altri più drammatici, come il rapimento di cui fu protagonista nel 1979 o la battaglia contro il demone dell’alcol.

De André venne influenzato da filosofi libertari e fu simpatizzante di idee anarchiche, al punto da autodefinirsi anarco-individualista: “Se posso permettermi il lusso del termine, da un punto di vista ideologico sono sicuramente anarchico. Sono uno che pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio”. Anche in virtù di questo suo modo “libero” di pensare, che lo accomunava al popolo, egli fu sempre molto vicino agli oppressi, ai ceti sociali più umili, i veri protagonisti delle sue opere che hanno raggiunto tutti, proprio perché esplorano la miseria umana attraverso un linguaggio nuovo, che attraverso la musica, “L’unico linguaggio universale che io conosca” come diceva lui, diventa alla portata di tutti.

Il traguardo più grande della sua carriera, infatti, fu probabilmente quello di essere considerato da tutti il “Cantautore degli emarginati” o il “Poeta degli sconfitti”, perché lui era un uomo del popolo e agli “ultimi” dava una voce, trasformando i sentimenti della gente in poesia, in musica. I suoi testi hanno spinto le persone a farsi delle domande, i giovani a pensare fuori dagli schemi tradizionali, a cercare nella poesia e nella musica una libertà senza confini, quasi anarchica, proprio come lui. De André, come diversi critici hanno fatto notare, “cantava la vita”, le speranze di una generazione, parlando di amore ma anche, soprattutto, di delusioni e di sconfitte. La centralità delle sue liriche è fatta di emozioni, sentimenti, di tutto ciò che è personale. Non è un caso che a lui sia stato riconosciuto il merito di aver “volgarizzato” il patrimonio letterario, in senso positivo, rendendolo accessibile a chiunque attraverso la musica. Renzo Arbore, per esempio, definisce Fabrizio De André “il primo a coniugare felicemente la semplicità della musica popolare con la raffinatezza dei testi”.

È sufficiente pensare alla profondità di un testo come “La guerra di Piero”, in cui vengono raccontati gli ultimi drammatici istanti della vita di un giovane soldato mandato a combattere una guerra che non gli appartiene, per capire il motivo dell’amore che gli umili riponevano in Faber. Della guerra ha messo in luce la brutalità, la crudezza cosicché chi l’avesse vissuta riconoscesse nelle parole di De André i propri tormenti. Ne ha sottolineato l’ingiustizia, altro tema centrale della sua poetica, e l’ipocrisia. Proprio per quanto riguarda il tema della giustizia non è difficile scorgerne riferimenti in altre sue opere. Essa è vista dal cantautore genovese come lo strumento con cui esercitare il potere, come in “Storia di un impiegato”, in cui il protagonista è un mezzo attraverso il quale il potere afferma il proprio dominio.

La giustizia terrena, però, in Faber non si mischia con la giustizia divina. Nonostante egli fosse dichiaratamente agnostico, riuscì a parlare in modo molto intenso di Gesù, che arrivò a definire “il più grande rivoluzionario della storia”. L’artista non contestò mai apertamente la giustizia di Dio, il suo non fu un grido disperato nei confronti del creatore per aver reso il mondo un posto ingiusto, quanto piuttosto una critica all’interpretazione che gli uomini danno della sua parola. Contestò la visione umana della giustizia, che mai potrà essere assoluta, nonostante cerchi di spacciarsi per tale.

Tante le sue canzoni che vengono ricordate ancora oggi nei caruggi (i vicoli in genovese) della sua città, tra cui “Bocca di Rosa”, “Il pescatore”, “La canzone di Marinella”, “Crêuza de mä”. Non è un caso che proprio quest’ultima sia stata scelta per l’inaugurazione del nuovo Ponte Morandi, un momento in cui i genovesi, dopo un periodo drammatico, hanno rialzato la china e hanno voluto che con loro, in quel momento, ci fosse il loro poeta.

De André rappresenta un gioiello prezioso da custodire in una teca o, ancor di più, un quadro da esporre in una galleria d’arte. E’ motivo di vanto indiscutibile, qualcosa per cui essere invidiati, ma allo stesso tempo un bene comune di cui chiunque, in ogni parte del mondo, possa inebriarsi, anche a ventidue anni dalla sua scomparsa.

Ci ha lasciato un grande contributo per l’umanità, una immensa biblioteca culturale che fa sì che Fabrizio De André oggi ci possa insegnare ancora molto, soprattutto ad essere umani.

 

di Gabriele Diodati

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*