Con la Palatina, è declassata tutta la cultura di Parma? Risponde Mario Lavagetto

GUANDA, ZAVATTINI, BIANCHI, GUARESCHI, IL MECENATE BARILLA: E ORA?

ar“Non riesco a intravedere nessun segnale di rinascita e credo che in parte sia colpa dell’Università”. A dichiararlo è il professor Mario Lavagetto, critico letterario e uomo di cultura a tutto tondo. Autore di molti saggi critici e collaboratore della rivista ‘Palatina’, Lavagetto ha utilizzato i metodi della critica psicanalitica nell’approfondimento di alcuni testi letterari.
In un momento storico non semplice, il professore ha le idee ben chiare sulla situazione della sua Parma, una città che fino agli anni Settanta aveva maggiore voce all’interno del panorama culturale nazionale ed era centro di grande poesia.
Oggi, a distanza di anni, i segni di un peggioramento della condizione sono evidenti: dal declassamento della Palatina, battaglia che ha visto il professor Lavagetto in prima linea per la difesa di un centro culturale fondamentale della città, alle condizioni non eccellenti del Teatro Regio e del Festival Verdi. E la prospettiva futura non sembra essere delle più rosee.

Lei è promotore della petizione contro il declassamento della Biblioteca Palatina e della Galleria Nazionale: crede che sia il segnale di un declassamento generale dell’intera città?

“Non è un momento felice per Parma né dal punto di vista economico, né da quello culturale. Alla Biblioteca Palatina sono molto legato e l’idea che venisse declassata mi è sembrata inaccettabile. Per questo ho contattato alcuni amici e ho chiesto loro di aiutarmi a promuovere un appello essenziale, deliberatamente non retorico e non campanilistico, rivolto non alle autorità costituite ma ai cittadini. La  risposta è stata superiore alle attese e sono state raccolte quasi 6mila firme. Si tratta, io credo, di un segnale non sottovalutabile”.

Inserirebbe all’interno di questo quadro di declassamento anche il Teatro Regio e il Festival Verdi?

“Anche il Teatro Regio non versa in condizioni eccellenti: basta guardare la programmazione. Per non parlare poi del Festival Verdi, a cui il governo ha negato, almeno in un primo tempo,  qualsiasi finanziamento. La cosa mi è dispiaciuta, ma non mi ha sorpreso. Il festival è nato male, senza un progetto qualificante e senza una precisa fisionomia culturale; quasi sempre non è stato altro che una prosecuzione della stagione lirica anche se, in alcuni casi, gli spettacoli sono stati di notevole qualità”.

Quindi dà ragione al ministro Franceschini quando parla di ‘evento a interesse locale’?

“In nessun caso sarei disposto a ‘dare ragione’ a un ministro che (è notizia dell’altro giorno) riduce dell’80%  il finanziamento alla Biblioteca Nazionale di Firenze”.

Eppure Parma è stata un punto cruciale della cultura italiana, soprattutto durante gli anni ’50 e ’60, tra quella che Pasolini ha definito ‘officina parmigiana’ e il successivo ‘Gruppo ‘63’.

“La definizione di Pasolini è una definizione amichevole e riguarda il gruppo di intellettuali che trova in Attilio Bertolucci il suo punto di riferimento e che dà vita alla rivista ‘Palatina’. Oltre alla figura del direttore, Roberto Tassi, andrebbero ricordati Giorgio Cusatelli, Gian Carlo Conti, Gian Carlo Artomi, Giuseppe Tonna che, in ambiti diversi, hanno lasciato tracce significative nella cultura italiana. E sarebbe giusto ricordare anche i numerosissimi ospiti della rivista da Gadda a Pasolini, a Roversi, a Fenoglio, a Bassani, a Arcangeli ecc. ecc. Detto questo, riconosciuti i meriti che vanno riconosciuti e tralasciando limiti e sordità congiunturali, io (anche alla luce di quanto è successo negli anni successivi) sarei molto più cauto di quanto non si faccia abitualmente e non mi spingerei a parlare di Parma come di ‘un punto cruciale della cultura italiana’. Era (in quegli anni) una città di provincia, gradevole, civile, con una certa tendenza (fin  da allora) a sopravvalutarsi  e che esprimeva una significativa e tutt’altro che trascurabile realtà culturale. A questo proposito io credo che valga la pena di ricordarsi che Attilio Bertolucci sempre celebrato come una specie di nume o di simbolo della vita culturale della città, si trasferisce a Roma all’inizio degli anni ’50 e lì trascorre il resto della sua vita anche se un’ immagine circonfusa di affetto e di nostalgia rigalleggia spesso nei suoi versi. Perfino in quello che resta il più bello dei suoi libri, ‘Viaggio d’inverno’, scritto a Roma e ‘vissuto’ a Roma, quando Parma è diventata per lui ‘impossibile’. È una vicenda esemplare: prima o poi, da Parma si sono allontanati molti di coloro che, negli anni successivi, hanno avuto un ruolo di rilievo nella letteratura, nel cinema e nel giornalismo”.

Prima di questa fuga però possiamo ricordare il ‘periodo d’oro’ di Parma, annoverando magari il nome di Ugo Guandalini che da Modena decide di trasferirsi appunto a Parma.

“Confesso che quando sento parlare di ‘periodo d’oro’, mi sento un  po’ a disagio. Non so che cosa si intenda, né quando cominci, né quando finisca e, inoltre, se sia mai esistito. Quanto a Ugo Guandalini e alla sua casa editrice, è bene ricordare che si trasferì a Parma nel 1936. Per la città fu senza dubbio un’acquisizione importante. Probabilmente il momento più felice della casa editrice è da collocarsi negli anni del dopoguerra quando la collana ‘La Fenice’, diretta da Attilio Bertolucci, svolse un lavoro pioneristico per avvicinare i lettori italiani alla grande poesia straniera del ‘900. Non fu un fatto isolato e, una volta che abbiamo messo da parte qualsiasi enfasi, credo sia giusto ricordare che, a partire dal dopoguerra e per circa cinquant’anni, Parma ha dato prova di una notevole vivacità. Basterà ricordare una serie di grandi mostre, stagioni liriche vitali, la società dei concerti, le numerose gallerie d’arte, la galleria del Teatro,  il festival universitario, il CSAC, la casa editrice ‘Pratiche’ ecc. ecc”.

Secondo lei allora perché tutto questo ad un certo punto è andato scomparendo?

“L’unica risposta che posso darle è che le ragioni dell’attuale stato di crisi non si trovano guardando soltanto Parma. Le date hanno un loro significato. Con i cinquant’anni dalla fine della guerra siamo arrivati al 1995, quando è appena cominciato il berlusconismo, che purtroppo va ben al di là dei successi politici del suo creatore: ha impregnato la società civile nel suo complesso, ha intaccato e distrutto i fragili fondamenti etici e civili di un paese a democrazia incompiuta. Non so proprio immaginare quando, come e se riusciremo a liberarcene. Per ora, con la fine politica di Berlusconi, non se vedono segnali, mentre all’orizzonte si profila la mostruosa fusione tra Mondadori e Rizzoli. E, per tornare all’occasione da cui siamo partiti, si penalizzano e non si finanziano biblioteche e archivi. Perché non rendono? Si può rispondere che quello non è il loro compito, bensì quello di conservare e di mantenere in vita le radici di una civiltà. È quello che la riforma Franceschini sembra radicalmente ignorare”.

Come vede la situazione in un futuro prossimo? Crede in una rinascita?

“La crisi è tale, così profonda a livello culturale, oltre che a livello economico, che parlare di rinascita (e ancor più se ci si riferisce a una singola città) mi sembra del tutto privo di fondamento. Basta guardare le condizioni in cui versano la scuola e l’Università che certo avrebbero avuto bisogno di riforme e di riforme intelligenti e capaci di fornire risposte a una scuola e a un’Università che, a partire dagli anni ’60/’70, erano divenute di massa. Quelle riforme sono arrivate, ma in ritardo, spesso malamente ricalcate su modelli di importazione che funzionavano in base a presupposti culturali ed economici completamente diversi. I risultati, più che mediocri, sono stati poi peggiorati dal succedersi dei diversi governi e dei diversi ministri. Costante è rimasta (sia pure in diversa misura) la progressiva riduzione degli investimenti; in aumento il ricorso al precariato e la perdita di qualità nell’insegnamento. Eppure, stando alle parole, sembra che tutti siano convinti che bisogna ripartire di qui. Ma come? Con quali mezzi? Con quali programmi e con quali professionalità? Con gli esami universitari, un tempo occasione di verifica e di confronto oltre che di valutazione, ridotti a collane di quiz (sì/no) a cui rispondere in due ore? Con i corsi compressi fino allo spasimo? Con docenti che spesso stentano a districarsi negli enigmi della grammatica italiana?”.

 

di Giuseppe Mugnano, Marica Musumarra, Silvia Palmieri, Iosetta Santini

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