Lilia Patranjel: massacrata con 85 coltellate dal marito. La psicologa Bassan: “Attenzione ai campanelli d’allarme di una relazione tossica”

Lilia Patranjel è stata uccisa dal suo compagno Alexandru Ianosi nella notte tra il 22 e il 23 settembre. In questi giorni sono stati presentati i risultati dell’autopsia. La relazione era costernata da continui attriti, con liti sempre più violente. Intervista alla psicologa Marcella Bassan per comprendere quali meccanismi si inneschino in queste relazioni tossiche

Lilia Patranjel
Lilia Patranjel, foto di Venezia Today

È stato depositato nei giorni scorsi il referto dell’autopsia, eseguita dal medico legale Barbara Bonvicini, sul corpo di Lilia Patranjel. La donna è stata colpita da 85 coltellate, inflitte dal marito Alexandru Ianosi nella notte tra il 22 e il 23 settembre 2022. Sono risultati fatali un paio di fendenti che l’hanno raggiunta tra il torace e l’addome.

Il massacro è avvenuto nella villetta in via Mantegna a Spinea, comune in provincia di Venezia, dove i due abitavano. Quella stessa notte, verso le 5, Ianosi ha chiamato i soccorsi e si è autoaccusato del delitto, venendo subito arrestato. “Venitemi a prendere, ho ucciso la mia compagna” aveva detto nella telefonata ai carabinieri. Attualmente è accusato di omicidio volontario aggravato dal vincolo della convivenza e rischia l’ergastolo.

Come riportato da Il Gazzettino, l’omicidio è avvenuto al termine dell’ennesimo litigio scatenato dalla decisione della donna di porre fine a quel rapporto sempre più violento. Ad ammetterlo è stato lo stesso Ianosi, interrogato nelle settimane scorse dal pm Alessia Tavernesi. La difesa punterà a chiedere una perizia psichiatrica per dimostrare come, quella notte, l’uomo non fosse in grado di intendere e di volere mentre sferrava le coltellate.

Una tragedia che si poteva evitare?

Sul corpo della vittima sono state riscontrate numerose ferite sulle mani e sulle braccia, segno che lei ha cercato in tutti i modi di difendersi. Altre volte Lilia Patranjel aveva denunciato le violenze del compagno, salvo poi ritirare le querele. Secondo alcuni vicini di casa, la donna aveva raccontato in passato delle violenze perpetrate dal compagno che aveva discussioni accese anche con i condomini.

“Lei faceva le pulizie nelle abitazioni per raggranellare qualche soldo perché hanno un bambino piccolo. Diceva sempre che il marito la picchiava e la insultava. Non sapeva più cosa fare” racconta un vicino a Fanpage.

Parola agli esperti

In questi casi, la domanda che sorge spontanea è come mai una donna non scappi di fronte ai primi campanelli d’allarme. Lo abbiamo chiesto alla dott.ssa Marcella Bassan, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, che lavora a Parma ed è specializzata, tra le altre cose, in violenza di genere.

“In questi casi la relazione – ci spiega la dott.ssa Bassan – è caratterizzata da un costante e stabile disequilibrio di potere tra le parti in quanto è sempre il partner abusante che detiene il potere e sfrutta questa condizione di supremazia per sopraffare la vittima. Si altera la percezione perché la vittima si considera la responsabile di quello che succede”. La vittima prova un senso di solitudine, ansia e disperazione tale che arriva a considerare la propria salvezza dipendente unicamente dall’aggressore. L’abuso sarebbe, quindi, causato dai suoi comportamenti e dalle sue debolezze.

È fondamentale prestare attenzione ai cosiddetti campanelli d’allarme che, secondo la dott.ssa Bassan, sono vari: la tendenza sempre maggiore del partner abusante a limitare e/o negare la partecipazione alle attività di tempo libero o il contatto con la famiglia e gli amici; il partner manifesta un’eccessiva gelosia che riduce i livelli di socialità e interazione e/o scredita “pubblicamente” la vittima; controlla o limita l’utilizzo di mezzi di trasporto, del telefono e/o delle finanze; il confinamento in casa; incolpa la vittima dell’abuso, controllo costante con chiamate, messaggi, email, minacce di suicidio, di abbandono, distruzione di proprietà. 

Come nel caso di Lilia Patranjel, molto spesso le donne vittime di violenza vivono un’”ambivalenza emotiva totalizzante che le porta a chiedere aiuto, a sfogarsi ma poi, puntualmente, a tornare a casa”.

“Questa ambivalenza – prosegue la psicologa – non è altro che l’esito del ciclo di violenza che vivono. Le vittime oscillano tra il bisogno di trovare salvezza e la necessità di stare legate nella relazione. Le donne pensano che l’unica vera salvezza sia sottomettersi. A prevalere sono sicuramente il senso di umiliazione e di oggettivazione di sé. Inoltre, agli occhi della vittima l’aggressore è onnipotente, quindi, vi è il terrore che se si chiede aiuto l’aggressore sia in grado di scoprire tutto”.

La presenza-assenza dei sistemi di aiuto, inoltre, espone molto spesso la vittima a forme di vittimizzazione secondaria, rinchiudendola nuovamente nella relazione tossica.

Come spiega Bassan, un percorso psicologico può sicuramente essere di aiuto sia per la vittima che per il carnefice. Per la prima è fondamentale sperimentare legami di fiducia e di affidabilità: in un momento emotivamente vulnerabile, le donne hanno bisogno del massimo sostegno e comprensione per aiutarle a ritrovare un equilibrio di maggior benessere rispetto alle dinamiche violente e conflittuali che le hanno scosse. Per quanto concerne, invece, l’aggressore è importante aiutarlo a riconoscere che ha compiuto effettivamente un atto di violenza, affinché si assuma le sue responsabilità. In un secondo momento, è necessario comprendere le ragioni alla base di queste azioni violente.

Come avviene in tanti casi, al momento dell’omicidio era presente in casa anche il figlio della coppia. È inevitabile chiedersi quali possano essere le conseguenze sui bambini che assistono alla violenza domestica. In questi casi, il bambino vive un vero e proprio trauma esterno, aggravato dal fatto che l’aggressore ha un legame con l’osservatore.

“Il minore si ritrova in una condizione in cui è difficile coniugare il terrore per la sofferenza della vittima, il bisogno di giustificare il comportamento dell’aggressore, il senso di colpa di non essere in grado di proteggere la vittima e, allo stesso tempo, la rabbia perché non ci si sente protetti da quest’ultima” conclude la dott.ssa Bassan.

Le conseguenze possono essere a livello fisico (deficit o ritardo nello sviluppo psico motorio) e cognitivo (maggiore ansia, impulsività, difficoltà di concentrazione, esiti negativi sull’autostima e sulla capacità di empatia). A lungo termine, si possono verificare depressione, tendenze suicide, disturbi del sonno e DCA. In molti casi poi la violenza genera altra violenza. Come rimarca la psicologa, è significativo notare come tutti coloro che esercitano violenza sono stati a loro volta vittime o testimoni di violenza.

Secondo i dati del Viminale, nel 2022 sono state uccise 120 donne e nel 2023 le vittime sono già 5. I dati parlano chiaro: il sistema di protezione nei confronti delle donne maltrattate non sta funzionando. Qualora ci dovessimo trovare di fronte ad un caso di violenza, come nel caso di Lilia Patranjel, è importante cercare di prestare aiuto alla vittima, spingerla a denunciare il suo aggressore e a recarsi al pronto soccorso affinché ci siano delle prove degli abusi subiti.

di Laura Ruggiero

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