L’abaya del 2023 è come la minigonna degli anni ’60: siamo sempre fermi lì?

Il Ministro dell'Istruzione francese vieta l’abaya, abito tradizionale dei beduini, nelle scuole: ancora una volta la differenza tra cultura e religione viene erroneamente interpretata

Paradosso: proposizione formulata in apparente contraddizione con l’esperienza comune o con i principi elementari della logica, ma che all’esame critico si dimostra valida.

L’abaya e la minigonna sono la stessa cosa: questo è il paradosso, travestito da provocazione, che fa ricadere l’attenzione su una questione sociale messa da parte con troppa facilità.

La questione è la seguente. Qualche settimana fa il Ministro dell’Istruzione francese, Gabriel Attal, ha annunciato l’entrata in vigore di una norma che avrebbe previsto il divieto di indossare l’abaya nelle scuole. La decisione è stata presa in seguito alle sollecitazioni fatte dei Presidi dei vari istituti scolastici, preoccupati di un’eventuale influenza religiosa dettata dalla sempre più grande diffusione dell’abito tradizionale – ricordate, tradizionale – tra le giovani donne.

I Dirigenti Scolastici si sono appellati allo Stato ritenendo dovesse essere quest’ultimo a imporre un divieto qualora lo ritenesse necessario. La norma è stata, infatti, approvata pochi giorni dopo, ad un passo dall’effettivo ritorno a scuola dei ragazzi.

La decisione non ha suscitato troppo scalpore, soprattutto una volta fatto il parallelismo con un’altra legge approvata nel 2004 – sempre in Francia – che vieta negli istituti scolastici i “segni o abbigliamenti con i quali gli alunni manifestano ostensibilmente un’apparenza religiosa”. Tuttavia, la decisione ha comunque provocato importante indignazione all’interno della comunità islamica francese, la quale crede che un gesto del genere possa indurre ad accrescere le discriminazioni culturali che ancora oggi hanno grande terreno, portando addirittura le ragazze ad abbandonare gli studi – nei casi più estremi.

Il punto, però, è proprio questo: l’abaya non è da ricollegare ad un’usanza religiosa, bensì culturale. Aspetto, quest’ultimo, che dobbiamo tenere ben presente per addentrarci nella nostra riflessione.

Per evitare la confusione e la diffusione di notizie false, è importante innanzitutto chiarire cos’è e cosa rappresenta questo indumento. La parola araba abaya significa “toga”, “mantello” e indica un indumento coprente, spesso ampio e leggero, che avvolge tutto il corpo a eccezione di testa, mani e piedi e rappresenta un indumento tradizionale.

Nel suo Dizionario dettagliato dei nomi degli abiti tra gli arabi del 1845, lo studioso olandese Reinhart Dozy lo definì come “l’abito caratteristico dei beduini di quasi tutti i tempi”. Una veste semplice e modesta diffuso nei Paesi del Golfo Persico e dintorni, ma che nell’immaginario occidentale è associato soprattutto all’Arabia Saudita, dove è stato obbligatorio per tutte le donne. Questo fa sì che spesso – ed erroneamente – l’abito venga identificato con l’Islam più radicale.  

Il termine, oggi, si riferisce ad un abito lungo o un mantello, che può assumere forme diverse e questo rischia che i criteri per definire cosa sia o non sia un abaya diventino del tutto arbitrari.     

Esiste un fenomeno, detto Effetto babele, che si rifà alla pretesa di ognuno di far valere le proprie credenze culturali, portandole avanti come uniche degne di attenzione e riconoscimento: questo è quanto accade e badate bene, non per bigottismo.

Il senso di supremazia delle varie culture nasce perché non esiste ancora un linguaggio interculturale che permetta di familiarizzare con il fatto che i diritti stessi, anche i diritti fondamentali, sono di fatto una questione culturale.

Ad esempio, ciò che per un occidentale può essere tradotto in libertà, per un orientale potrebbe solo essere una forma di ammutinamento. Ciò che per me, donna occidentale, può essere libertà di riscatto e di indipendenza, per una donna orientale potrebbe essere causa di povertà o privazione di dignità.

Va da sé, quindi, che quando si parla di diritti, quando si parla di giusto e sbagliato, bisognerebbe partire dal presupposto che ogni individuo è parte di un qualcosa di più grande. Parliamo di un sistema culturale in cui il singolo, in quanto parte della comunità, crede fermamente. La cultura che abbiamo alle spalle è come un abito di cui ci vestiamo, di cui dovremmo poterci vestire senza preoccuparci di star ledendo la serenità altrui. L’abaya, come i dritti, è una questione culturale, che tutti i membri di una società sempre più interculturale come quella in cui viviamo, dovrebbe saper rispettare.

In questo ci aiuterebbe, appunto, il giusto peso da dare all’effettiva conoscenza delle cose, che può avvenire anche senza dovere necessariamente farne esperienza.

Fino agli anni ’60, in Italia, era vietato indossare la minigonna in qualsiasi luogo pubblico. Noi lo sappiamo perché le nostre nonne ce lo raccontano, così come la storia che ci precede: è una realtà che conosciamo e sentiamo vicina pur non avendola vissuta. La minigonna si è fatta spazio tra le critiche diventando simbolo della libertà femminile e di una sensualità ritrovata e se oggi, dopo 50anni, qualcuno decidesse di porre il divieto di indossarla, si griderebbe di certo all’ottusità. Ci si indignerebbe per la privazione di sentirsi bene in un capo d’abbigliamento, che altro non è, un capo alla moda che la nostra cultura ci ha insegnato ad amare.

Queste premesse ci portano ad un’unica, grande verità: muoversi in difesa della libertà generale – in questo dovrebbe tradursi il principio di laicità tanto rivendicato dallo Stato francese – non può voler dire cadere negli stessi sbagli che si sta provando a condannare: non si ottiene libertà privando della libertà.

di Gianna Maria La Greca

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