Politically correct e blackwashing: “Lupin” è l’ultimo (non) caso di Netflix

Quando si esaspera il politicamente corretto è facile cadere in errore: la serie tv "Lupin" è solo il caso più recente

Dal profilo Facebbok Lupin Netflix

Molti di voi avranno già visto o quasi sicuramente sentito parlare di una delle ultime produzioni seriali firmata Netflix: Lupin. La serie tv, uscita l’8 gennaio 2021, prende il nome dal personaggio letterario ideato da Murice Leblanc nel 1905, e ha come protagonista l’attore francese, di origini senegalesi, Omar Sy, famoso soprattutto per il film Quasi Amici. Ecco, è bastato soltanto questo per far partire la polemica.

Si tratta dell’ennesimo eccesso del politically correct firmato Netflix, che ha scelto un attore di colore per interpretare un personaggio storicamente di etnia caucasica, hanno pensato in tanti compresi alcuni giornali o recensori. In realtà non è questo il caso. La serie è incentrata infatti su un uomo francese, che per vendicare dei torti subiti in passato, anche ai danni del padre, prende ispirazione dal personaggio letterario di Leblanc. Insomma, tutto ciò che la serie tv ha in comune con i romanzi o le trasposizioni cinematografiche originali, finisce qui. L’obiettivo della società di distribuzione cinematografica statunitense non era di creare un nuovo personaggio di Lupin che sostituisse quello precedente per andare incontro alle pressioni, crescenti va detto, del politically correct. Per questo motivo le polemiche, soprattutto quelle relative al fenomeno del blackwashing, non dovrebbero avere risalto.

Cosa significa blackwashing e perché se ne parla?

Il termine blackwashing, associato al mondo cinematografico, nasce in contrapposizione al più comune whitewashing. Con questa parola gergale inglese si indicava la pratica dell’industria cinematografica che consisteva nell’assegnare ruoli, originariamente appartenenti ad altre etnie, ad attori bianchi, con il presunto scopo di compiacere il pubblico occidentale. Questa usanza risultava ancora più grottesca quando combinata allo stile di make-up blackface: gli attori bianchi non si limitavano a calarsi nella parte psicologicamente, ma indossavano parrucche e si dipingevano il volto di nero, lasciando un’ampia area di pelle al naturale attorno alle labbra, simulando le fattezze africane. Queste pratiche ormai non sono più diffuse, almeno dagli anni ’70 del Novecento quando i movimenti per i diritti civili crebbero enormemente.

Il fenomeno del blackwashing, di cui si sente parlare oggi, è l’opposto. Ciò viene fatto soprattutto per venire incontro a criteri di inclusività e di politically correct, sempre più stringenti. Un esempio recente ha riguardato la serie Netflix, coprodotta con la BBC One, Troy, a fall of a city, in cui il personaggio di Achille è interpretato dall’attore britannico di origini ghanesi David Gyasi. Recente è anche l’annuncio della 20th Century Fox che, per il reboot di Buffy l’ammazzavampiri, ha scelto un’attrice afroamericana. A ricorrere a questo tipo di pratica è stata anche la Disney con La Sirenetta che nella nuova edizione del film, del 2019, viene raffigurata con le fattezze afroamericane, a differenza della fiaba originale e del primo film.

La cancel culture e le polemiche Disney

La crescente e costante attenzione verso i criteri di inclusività, che si riflettono in tantissimi aspetti della vita, ha portato non pochi a coniare l’espressione “dittatura del politicamente corretto”. Si potrebbe definire come quell’orientamento o tendenza, nata nei salotti liberal degli Stati Uniti, e trasferitasi negli ambienti prettamente di sinistra in Italia e non solo, all’utilizzo di un linguaggio inclusivo, spesso forzato, volto al rispetto delle minoranze e delle differenze di genereUn esempio recente, che aiuta a comprendere questo paradosso, lo si può trarre da ciò che è accaduto  recentemente in America. Un neodeputato statunitense che aveva appena concluso il proprio discorso inaugurale alla Camera dei Rappresentanti, dopo aver pronunciato “Amen”, si è affrettato ad aggiungere “a woman”, in quanto “a man” in inglese significa “un uomo”.

Tornando al nostro argomento e a Lupin, indirettamente coinvolto, una conseguenza di questo eccessivo dilagare del politicamente corretto ha portato alla cosiddetta cancel culture: la pratica di cancellare o censurare opere letterarie o cinematografiche del passato, in quanto ritenute portatrici di valori antagonisti al senso comune. Qualche mese fa è stato il turno delle statue, ad esempio quelle di Cristoforo Colombo abbattute in America, ma questo fenomeno ha scaturito molte polemiche quando applicato a vecchi film o serie tv.

Dal profilo Facebbok di Le Piu Affascinanti Di Milano

Ci sono tantissimi casi recenti di vecchi film tolti dai cataloghi di Netflix o Amazon Prime, uno di questi è Via col vento in quanto rappresentante dell’America razzista degli anni ’80 e portatore di stereotipi razziali ed etnici. Ancora più recenti le polemiche sorte intorno a Grease, il film musicale del 1978. Soprattutto gli spettatori più giovani che hanno visto il film recentemente lo hanno tacciato di essere sessista, eccessivamente bianco, misogino, omofobo e incitante allo stupro.

Disney non è estranea a questo fenomeno ed era già stata coinvolta in passato in altre polemiche di questo tipo. Il portale DisneyPlus, già da qualche mese, ha infatti inserito dei disclaimer prima di alcuni film, in cui si spiega come questi contengano degli stereotipi su popolazioni e culture minori. Ancora più recentemente la Disney ha deciso, in UK, di vietare la visione di alcuni film ai bambini. Le pellicole in questione sono Dumbo, Gli Aristogatti e Peter Pan.

Vi starete chiedendo perché. Nel film Dumbo del 1940 la scena incriminata sarebbe quella dei corvi, intorno alla fine del film, in quanto i corvi sarebbero uno stereotipo delle persone di colore. In Le avventure di Peter Pan, del 1953, la popolazione indiana dell’Isola Che Non C’è sarebbe rappresentata in modo stereotipato e discriminatorio. Per quanto riguarda Gli aristogatti, film del 1970, un gatto dai lineamenti asiatici sarebbe rappresentato con delle bacchette cinesi.

L’impressione è che queste esagerazioni, evitabili soprattutto per quanto riguarda film così datati e sviluppati in contesti socio-culturali diversi, siano superflue e in certe occasioni anche controproducenti. Togliendo dai palinsesti certi film o avvisando prima dell’inizio che sono presenti stereotipi etnici o razziali, soprattutto nei film per bambini, si corre il rischio di contribuire a rendere proprio quegli stereotipi più visibili e accentuati. I bambini che guardano Peter Pan, considerando anche la loro tipica ingenuità, difficilmente si soffermeranno sulle discriminazioni verso le popolazioni indiane. Il tutto andrebbe piuttosto contestualizzato al periodo di riferimento proprio come rappresentazione della società o della cultura dell’epoca. Anche, perché no, per imparare degli errori del passato.

di Pierandrea Usai

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*