Viviamo in loop, in una routine apatica: ecco l’effetto Covid

Le restrizioni stanno portando a una situazione logorante dal punto di vista psicologico. Abbiamo perso le nostre certezze entrando in un limbo in cui domina l'ansia

Ti alzi la mattina, vai a lavoro, torni a casa la sera, mangi, tv e letto.

Ti alzi la mattina, vai a studiare, pranzetto veloce, studi ancora, torni a casa, cena tv e letto.

Ti alzi la mattina tardi, pranzi, giochi a dei videogame, ceni, guardi una serie su Netflix e poi letto.

Ti alzi la mattina, videolezioni, pranzi, videolezioni, tv e letto.

Immagino che queste siano solo alcune delle routine che tutti possono avere, però fanno capire come un anno dopo il Covid si sia entrati in una sorta di limbo. La via d’uscita non è semplice da vedere, si cerca di fare quello che ci viene concesso nell’attesa che la propria zona non abbia variazioni di colore.

Una delle poche certezze che abbiamo su quello che sta accadendo attorno a noi è che questa situazione distopica sta portando un po’ tutti a dover adagiarsi, in un modo o nell’altro, ad una routine poco eccitante.

Ora mi sveglio con l’ansia senza un motivo specifico, pensando di dover fare molte cose ma senza averne l’opportunità. E credo di non essere l’unico. Ci sentiamo scombussolati, volenterosi di darci da fare ma senza riuscire a vedere prospettive a breve termine che possano darci soddisfazioni vere. Ci si alza dal letto pensando di voler studiare, ma poi in casa ci si perde nelle distrazioni, si diventa pigri e i minuti, le ore passano. Abbiamo perso lo stimolo a fare del nostro meglio, ora siamo alimentati dallo stimolo della sopravvivenza.

Ci guardiamo indietro e pensiamo: cosa abbiamo fatto nel 2020? E’ passato un anno lunghissimo. L’attesa costante di sapere come sarà il prossimo decreto; di capire cosa si potrà fare e cosa no. Un anno a lunghi tratti in apnea. Un anno a sperare di uscire da questo tunnel, ora col vaccino le speranze si sono alimentate. Ma dopo 365 giorni in questo limbo viviamo per inerzia, come se ci fossimo abituati a smettere di credere che tutto questo possa avere veramente una data di scadenza precisa. Insomma, abbiamo passato un anno aspettando che passasse.

C’è un senso di vuoto, talvolta troppo invadente, momenti di stress immotivato. Momenti di rabbia perché si fatica a darsi una spiegazione, ancora oggi, a tutto ciò che sta succedendo.

Noi studenti universitari siamo tra i primi ad essere stati lasciati allo sbando, senza direttive chiare e specifiche. Studia e fai il tuo, solo questo, senza avere tutele o agevolazioni.

Avere sempre il pensiero fisso di dover riuscire da soli non è facile. È un banco di prova importante che può far crescere, ma così prolungato nel tempo rischia di diventare qualcosa di innaturale, un obbligo mentale che non ci si riesce a spiegare, ma è sempre lì fisso e sempre più pesante da vivere. Le prospettive future poi sono ancora troppo poco ottimistiche, a quali opportunità andremo incontro dopo tutta questa situazione? Cosa ci offrirà il mondo lavorativo dopo questa crisi?

Tutte le certezze che si potevano avere nel proprio presente e che ci davano la forza per pianificare il nostro futuro sono a rischio e hanno creato solo una maggiore confusione. E mentre prima si poteva occupare il tempo “in compagnia”, così da sentirsi maggiormente partecipi al mondo circostante, ora si è alla deriva, soli con sé stessi quasi sempre.

In una parola questa circostanza non fa altro che portare ad essere apatici o comunque meno pervasi da tutte quelle emozioni, belle o brutte che fossero, che la vita di tutti i giorni ci permetteva di provare. In un modo o nell’altro la possibilità di poterci muovere e di poterci sentire liberi ci dava quella forza necessaria per credere concretamente nei propri obiettivi.

C’è una routine apatica che ci obbliga tutti: ci si alza, si va a lavoro o si studia, o si va in biblioteca, zona permettendo, si torna a casa, si mangia, poi di nuovo a lavoro, magari un caffè d’asporto veloce al bar e poi ancora a casa, come in un loop. Il ritorno del lockdown – ora detto zona rossa – ci riporta ad avere dubbi e paure. Ma la paura genera odio, non consapevolezza. E senza consapevolezza non saremo mai in grado di trovare una soluzione.

Qualcuno ne vede la fine?

di Gianmarco Borettini 

 

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