A Parma c’è La Corte dei Miracoli: molto più di un riparo per senzatetto

Esiste un'alternativa alla vita di strada? A Parma, in via Toscana, c'è l'opportunità di ricominciare

“Una volta ero sposato, avevo un figlio. Poi ho perso il lavoro e sono finito sulla strada. Io l’ho conosciuta la strada, l’ho fatta per 15 anni. Dormivo in stazione. Ottavo binario”. Che siano due, quindici o trent’anni, il tempo perde senso. Scivola via dai corpi rannicchiati sui marciapiedi, nelle stazioni ferroviarie, sui vagoni dei treni in partenza. Per dove, poi?

“Io e mio fratello ci addormentavamo sui vagoni. Poi capitava che il treno partisse. E chi lo sentiva? Noi siamo sordi. Finivamo a Bologna, a Pescara…. a Nizza”.

Questa è una delle tante storie di gente di strada, che si racconta a chi è disposto ad ascoltarle in via Toscana 46, a Parma. Ѐ qui infatti che si trova la sede dell’associazione che offre una casa a chi non ce l’ha più: “La Corte dei Miracoli”. Una nuova realtà in città che gestisce una struttura abitativa con 20 posti letto e attualmente accoglie 19 persone.

Tra loro dodici sono senza fissa dimora, mentre sette, benché abbiano un’occupazione e percepiscano una retribuzione mensile, non riescono a trovare un posto dove vivere: essere straniero e africano è una “colpa” ardua da espiare. Così, tutti insieme, vivono aiutandosi l’un l’altro: un modello di inclusione sociale, che non si limita a offrire ai senzatetto un riparo per la notte, ma garantisce una dimora e una grande famiglia a chi non ce l’ha. E soprattutto restituisce dignità e opportunità a chi aveva ormai perso tutte le speranze.

La Corte dei Miracoli, fondata ad agosto del 2021 da Nadia Buetto, che ne è la presidente, vede la collaborazione di Doranna Bonfanti, Barbara Cusi, Silvia D’Aloia, Marco Maria Freddi, Andrea Medioli e Valeria Ronchini. E prende spunto dalle realtà medioevali che, nei quartieri periferici parigini, davano ospitalità a quanti venivano respinti dalla società.

“Qui avviene il miracolo: le persone che prima avevano difficoltà a rapportarsi con la realtà esterna, ora riescono a portare a termine un percorso di recupero” spiega Buetto. L’aspetto vincente di questa casa di accoglienza è che, quanti vi fanno ingresso, possono restarvi tutto il tempo che sarà loro necessario a riprendere in mano le redini della propria vita.

Questa associazione di promozione sociale, inoltre, non riceve alcun finanziamento esterno, ma è sostenuta economicamente dai contributi dei soci e dei lavoratori che vengono accolti.

La Corte dei Miracoli nasce da un Daspo urbano

Matteo e Vittorio sono fratelli, sordi fin dalla nascita. Hanno vissuto tre anni in un collegio a Manfredonia, dove hanno imparato a leggere il labiale. “Imparavamo (a comunicare) anche con le mani, io mi vergognavo” racconta Matteo. Ancora bambini, cominciano a lavorare come rottamai con il padre e gli zii paterni.

“Quando non finivamo quello che c’era da fare, mio padre ci legava mani e piedi e ci picchiava. Neanche a 17 anni ci hanno buttato fuori di casa. Eravamo sordi, non sapevamo dove andare, cosa mangiare. Quando la mattina dopo siamo tornati a casa, mio padre ci ha sparato tre colpi di pistola. Siamo scappati e non siamo più tornati”.

“A 19 anni siamo venuti a Parma. Vivevamo per strada, bevevamo alcool per la rabbia. Ci lavavamo al fiume con l’acqua gelida e ci ubriacavamo. Prima siamo capitati sotto i ponti con dei topi grossissimi che giravano lì intorno, poi abbiamo cominciato a dormire sui vagoni della ferrovia. I treni partivano e noi con loro, senza che ce ne accorgessimo. Poi abbiamo trovato dei cartoni in giro e dormivamo sul marciapiede, avevamo anche delle coperte e un materasso. Quando arrivava la polizia o i carabinieri sapete cosa dicevo? Mandateci in carcere finché c’è la neve! Io non so dove andare. Da qui non ce ne andiamo”.

Per loro la vita di strada rappresentava la loro unica dimensione e vi si aggrappavano” aggiunge Nadia.

“Entrare in questa casa – prosegue – è un momento importante. Ѐ lo scatto che devono fare per intraprendere qualcosa di sconosciuto, di imprevedibile e, all’apparenza, poco rassicurante. Significa rimettersi in discussione, affidarsi a qualcuno e lasciare quella che, per il momento, è la loro unica certezza: la strada“.

Dopo aver ricevuto un ordine di allontanamento dalla Questura di Parma, ossia un Daspo urbano, Matteo e Vittorio sono stati accolti nella struttura di via Toscana: qui hanno imparato a prendersi cura di sè stessi. “Non beviamo più, stiamo bene e ora abbiamo un lavoro. Piano piano siamo riusciti a costruire un futuro e abbiamo fatto un progetto importante. – confida Matteo – Non voglio che crolli tutto di nuovo. È successo troppe volte…”.

La vera sfida? Vincere la diffidenza

Claudio, invece, ha vissuto in strada per due anni dopo aver perso il lavoro. Hanno impiegato un anno a convincerlo a farsi aiutare: per chi non ha mai chiesto nulla non è facile chiedere aiuto. Perdere un lavoro e ritrovarsi privo di mezzi di sostentamento è considerato un fallimento per loro stessi e per i loro familiari, che li isola e li respinge progressivamente ai margini di una società poco inclusiva.

Come Claudio, molti si sono ritrovati a vivere in strada.

A volte si porta loro del cibo, delle coperte, ma poi difficilmente si chiede loro di cosa hanno bisogno. – racconta Nadia – Spesso neanche loro lo sanno o non sanno dirtelo. Molte volte ciò di cui hanno bisogno è essere ascoltati e instaurare relazioni. La nostra attività comincia proprio così: ci avviciniamo a loro, conquistiamo passo dopo passo la loro fiducia, finché un giorno decidono di raccontarci cosa li ha portati sulla strada. In questo modo tentiamo di scalfire il muro che ci divide affinché decidano di affidarsi a noi”.

Tuttavia, non è affatto facile conquistare la loro fiducia. “Ne ho viste tante e ho cominciato a dubitare persino di chi mi tendeva la mano perché avevo paura che avesse un doppio fine” ammette Alberto.

“Ci siamo ritrovati in sette, poi otto e, infine, dieci su quell’ottavo binario. Un’altra volta abbiamo sfondato la porta di un circolo per ripararci dalla pioggia. Quando hanno capito che dormivamo lì, hanno murato la porta e siamo dovuti restare fuori a dormire dove capitava. Ho dormito dappertutto. Quante volte montavo su un treno diretto a Firenze, a Pisa, a Livorno o a Genova e tornavo indietro alle cinque del mattino! Quando altri senzatetto hanno bruciato il materasso sul quale dormivo e venduto le mie coperte, degli amici mi hanno regalato un sacco a pelo. Poco dopo mi hanno fregato anche quello”.

La vita di strada mina i rapporti interpersonali, non solo emarginando chi la vive, ma anche imponendo di agire opportunisticamente pur di sopravvivere. Una guerra tra poveri ai quali i servizi sociali non riescono a offrire una soluzione valida. Il motivo? Garantiscono l’accesso a servizi e prestazioni di carattere assistenziale, a condizione che i cittadini ne facciano richiesta.

“Tuttavia, ciò che ha spinto queste persone in strada è la stessa difficoltà che non consente loro di avvicinarsi” sostiene Nadia. Il maggiore ostacolo di chi non ha niente è presentarsi allo sportello sociale per richiedere i servizi ai quali ha diritto. Un impedimento che costringe a una vita di stenti.

La Corte dei Miracoli fornisce un modello di assistenza ai senzatetto: un’alternativa che, tuttavia, resta incompleta senza la cooperazione degli enti pubblici, necessaria a garantire servizi socio assistenziali davvero inclusivi. Non esiste assistenza senza inclusione; non esiste Stato sociale senza assistenza.

di Simona Coduti

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