Tizian e ‘Il clan degli invisibili’: la meglio gioventù della ‘ndrangheta

IL GIORNALISTA SOTTO SCORTA: "OGGI LA MAFIA PUNTA A CONQUISTARE LE MENTI"

copertina“Giovanni è una persona che andrebbe interrogata da quelli che lo ascoltano, perché credo siano in pochi a poter raccontare, così giovani, una vita così intensa e così densa di privazioni”. Apre così Antonio Mascolo, direttore di Parma Repubblica, la presentazione del libro ‘Il clan degli invisibili’ di Giovanni Tizian, il 9 maggio alla libreria Ubik di via Oberdan, a Parma.
Giornalista d’inchiesta per testate come La Gazzetta di Modena, LEspresso e La Repubblica, Tizian si occupa di infiltrazioni della ‘ndrangheta nel nord Italia, e per questo è stato più volte minacciato di morte dai clan mafiosi vivendo sotto scorta dal gennaio 2012.

LA MEGLIO GIOVENTU’ DELLA ‘NDRANGHETA – A San Michele, in Calabria, a metà degli anni Novanta, sei ragazzi giocano a pallone con una testa mozzata: sono i futuri boss della nuova criminalità organizzata, immaginati dall’autore del libro senza perdere di vista la realtà, che dal Mezzogiorno arrivano al nord, per fare affari con imprenditori, manager di spicco e ‘servitori dello Stato’.
Ho voluto raccontare i volti nuovi – spiega Tizian, – ‘la meglio gioventù’ della ‘ndrangheta, senza dimenticare che gli ‘ndranghetisti hanno un loro sistema di valori, imposto dalle loro famiglie. Sono ragazzi che in tanti casi non hanno avuto scelta, mentre in altri l’hanno avuta e hanno scelto una strada diversa. Orala violenza è messa al secondo posto, prima provano a corromperti. Come ha detto la Procura nazionale antimafia ‘la ‘ndrangheta punta alla conquista delle menti’, il che è molto più grave del chiedere il pizzo, perché una volta che hai conquistato le menti, hai conquistato l’intera società”.

DAL PARMA CALCIO ALL’INCHIESTA ‘AEMILIA’ – E’ il 1993 quando Tizian si trasferisce con la sua famiglia dalla Calabria all’Emilia Romagna, in seguito alla morte del padre Peppe Tizian, funzionario di banca, ucciso a Locri nell’ottobre 1989, perché non si era voluto piegare al malaffare. “Sono cresciuto con il mito dell’Emilia Romagna – racconta, – Modena e Parma per me erano qualcosa di irraggiungibile. Poiho iniziato a seguire da cronista questa lenta decadenza, segnata da importanti eventi di cronaca: dalla corruzione, con la giunta di centrodestra, al fallimento del Parma Calcio, e infine l’inchiesta ‘Aemilia’, con cui è stato possibile collegare i singoli avvenimenti e scoprire un vero e proprio sistema corrotto dalla malavita organizzata”.

Nessuna sorpresa per il giornalista, che pone l’accento sull’immobilità sia della città ducale sia della regione: “Tutti in Emilia, per tanto tempo, hanno fatto a gara a negare l’evidenza: sono mancate le intelligenze investigative, i prefetti, gli amministratori, le associazioni di categoria, ed è mancata l’attenzione dei cittadini. Come se fosse meglio non far venire fuori queste vicende, perché avrebbero ‘infangato’ economicamente l’immagine della regione. C’è l’ossessione dei soldi e i camorristi hanno capito che possono comprare qualunque cosa, dalla pietra del cantiere alla persona. E’ questo il dramma”.

MA A CHI SPETTA IL RUOLO DI ANTIMAFIA? – “Non ci si può fermare a rappresentazioni tranquillizzanti, come il 21 marzo, ma l’antimafia va portata avanti nel settore in cui si opera”. Come immaginava il giornalista Peppino Impastato, che Tizian ricorda proprio nel giorno (9 maggio 1978) in cui fu vittima di un attentato di Cosa nostra per aver ‘ficcato il naso’ troppo a fondo. “Lui faceva controinformazione, perché era un giornalista, ma ciascuno deve agire nel suo piccolo. E’ la forma più semplice per combattere la mafia, perché in questo modo tutti diventiamo vedette e riusciamo a denunciare, che è fondamentale”.

Ma lo sforzo collettivo non basta, se manca un appoggio deciso da parte dello Stato: “Il compito della politica – spiega Tizian – è quello di avvicinarsi ai fatti. Non puoi essere solidale con Sandro Ruotolo e poi lasciar passare le liste in Campania, che, come ha detto Saviano, ‘sono peggio di Gomorra’. Penso alla lentezza nell’approvare una legge anti-corruzione, alle preferenze, che noi prendiamo come la soluzione a tutti i nostri problemi, ma in realtà sono uno strumento che i clan utilizzano per far entrare nel Governo e nei Consigli Comunali i loro affiliati, all’eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti, che lascia spazio a finanziamenti privati, che passano da altre fondazioni, come le ‘cene di finanziamento’ organizzate da Matteo Renzi, in cui si era infiltrata Mafia Capitale. So di essere contro corrente – conclude – ma i fatti dicono il contrario. La democrazia va garantita in altro modo”.

“NON CHIAMATECI EROI” –  Come il giornalista del suo romanzo, suo alter ego, Tizian non si sente un eroe, al contrario, prova anche paura. “Guai a non avere paura! La paura è necessaria e umana e la ritengo un sentimento nobile, perché ti aiuta a stare più attento. Falcone e Borsellino non sono eroi, ma hanno fatto consapevolmente il loro lavoro”, così come è successo a Roberto Saviano, che con la sua letteratura e la fiction televisiva ‘Gomorra’ ha portato “un cambiamento epocale in questo Paese, perché molti giovani sono entrati in contatto col mondo dell’antimafia grazie alle sue storie”. Non bisogna, però, cadere nei falsi miti: “Io non credo che Saviano si senta un eroe, sono gli italiani che l’hanno trasformato in questo, perché è più comodo per tutti eleggere un ‘messia’ che ci liberi dal male. Ma gli italiani non possono e non devono affidarsi agli eroi”.

 

 

di Francesca Matta
foto di Giuseppe Mugnano

 

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